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I morti di Amendolara sono il sintomo di un’Italia che ha dimenticato troppo in fretta la propria storia

Arsi vivi in un auto. Quando la vita di un essere umano vale meno di un cassone di pomodori, allora non è solo il lavoratore a essere tradito: è la nostra democrazia
I morti di Amendolara sono il sintomo di un’Italia che ha dimenticato troppo in fretta la propria storia
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Ci sono momenti in cui un Paese è costretto a guardarsi allo specchio, anche quando lo specchio restituisce un’immagine che non vorremmo vedere. Le fiamme di Amendolara, che hanno inghiottito quattro giovani migranti intrappolati in un’auto, è uno di quei momenti. È una ferita aperta che non si può coprire con la retorica, né archiviare come episodio isolato. Piuttosto pare essere il sintomo di qualcosa di più profondo, più antico, più radicato: un’Italia che ha smesso di vedere gli esseri umani che lavorano nei suoi campi, che raccolgono la sua frutta, che reggono pezzi interi della sua economia. Un’Italia che ha dimenticato troppo in fretta la propria storia.

Nel 1989, quando Jerry Essan Masslo venne ucciso a Villa Literno, il Paese si scoprì improvvisamente vulnerabile, colpevole, impreparato. La sua morte scosse le coscienze, portò in piazza migliaia di persone, costrinse la politica a muoversi e tutto ciò sembrava l’inizio di una nuova stagione. Invece, 36 anni dopo, siamo ancora qui a raccontare storie che assomigliano troppo alla sua. Cambiano i nomi, cambiano i luoghi, ma non cambia la sostanza: uomini e donne costretti a vivere ai margini, a lavorare in condizioni che non chiameremmo mai “lavoro” se riguardassero i nostri figli, i nostri fratelli, i nostri amici.

Il caporalato non è un fenomeno marginale né un’emergenza improvvisa: è un sistema economico strutturale del valore di oltre 5 miliardi di euro l’anno, coinvolge circa 230.000 lavoratori sfruttati, di cui almeno 150.000 migranti, e prospera in tutte le regioni italiane. Le ispezioni dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro mostrano che più del 70% delle aziende agricole controllate presenta irregolarità, e in un caso su tre si tratta di sfruttamento grave. Pertanto questo fenomeno non è un incidente della storia italiana: è una sua ombra lunga. Muove miliardi, sfrutta centinaia di migliaia di persone, si insinua nelle pieghe di una filiera che premia il prezzo più basso e ignora il costo umano.

Le baraccopoli che bruciano, i turni massacranti, le paghe da fame, i trasporti gestiti dai caporali non sono eccezioni: sono la normalità per chi vive senza tutele, senza diritti, senza voce. E quando la vita di un essere umano vale meno di un cassone di pomodori, allora non è solo il lavoratore a essere tradito: è la nostra democrazia. La tragedia di Amendolara non è solo cronaca nera, piuttosto è un grido! Un grido che ci chiede dove eravamo mentre tutto questo accadeva. Dove erano le istituzioni quando quei ragazzi dormivano in baracche senza acqua né luce. Dove eravamo noi, cittadini, quando il linguaggio pubblico trasformava i migranti in numeri, in problemi, in minacce. Dove eravamo quando l’odio diventava normale, quando la paura diventava argomento politico, quando la dignità diventava un lusso.

Eppure, basterebbe poco per cambiare rotta. Basterebbe ricordare che l’Italia è stata un Paese di emigranti, che milioni di nostri connazionali hanno vissuto sulla propria pelle lo stesso disprezzo, la stessa esclusione, la stessa fatica. Basterebbe guardare negli occhi chi oggi lavora nei nostri campi e riconoscere in lui la stessa speranza che animava i nostri nonni quando partivano con una valigia di cartone. Basterebbe capire che migliorare le condizioni di lavoro dei migranti non è un favore: è un dovere. È un atto di giustizia. È un modo per dire che la vita umana non è negoziabile.

Alle famiglie delle vittime di Amendolara, e a tutte le famiglie che hanno perso un figlio, un fratello, un padre nelle pieghe oscure dello sfruttamento, va un cordoglio che non può essere solo una formula. Il vero cordoglio è la promessa di non voltarsi più dall’altra parte. È l’impegno a combattere l’odio che avvelena il dibattito pubblico. È la volontà di spezzare il meccanismo dello sfruttamento che condanna migliaia di persone a vivere nell’ombra. È la scelta di dire basta a un caporalato che gioca sulle spalle di chi, ogni giorno, contribuisce alla nostra economia in condizioni che non dovrebbero esistere in un Paese civile.

Non possiamo restituire la vita a chi l’ha persa. Ma possiamo fare in modo che la loro morte non sia inutile. Possiamo costruire un’Italia che non abbia paura dell’accoglienza, che non tolleri lo sfruttamento, che non accetti più che qualcuno viva e muoia ai margini. Possiamo farlo per loro, per noi, per la nostra storia. E soprattutto per il Paese che vogliamo diventare.

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