A ciascuno il suo Berlinguer. Dieci anni fa, nel ventennale della morte dell’ultimo, vero segretario generale del Pci, secondo la definizione del compianto Edmondo Berselli, la retorica comunista fu un po’ meno ipocrita dello tsunami di questi giorni, complice il film veltroniano. Una pellicola che rilancia il mito del Berlinguer santino e dunque sfugge e svicola dal duro compito di fare i conti con l’eredità berlingueriana. Sì, soprattutto con la questione morale. In un video del fattoquotidiano.it la giovane vestale renziana Maria Elena Boschi è la perfetta rappresentazione di questa nuova doppiezza. Prima celebra la questione morale, poi di fronte alle domande sui quattro impresentabili del Pd al governo (Barracciu, Bubbico, Del Basso De Caro, De Filippo, senza dimenticare la richiesta d’arresto per Francantonio Genovese) scappa imbarazzata e silente. La questione morale è più che mai attuale (litania purtroppo che si alza ogni volta che si ricorda “Enrico”), anche a sinistra, e giova ricordare che fu proprio il Pci di Berlinguer a coniare l’espressione “mani pulite”. Era il 1975 e i manifesti per le amministrative avevano uno slogan fortissimo: “Noi abbiamo le mani pulite”. 

video di Annalisa Ausilio

Quando Fassino lo faceva giocare con la morte
L’altra sera, a Roma, all’anteprima dell’opera di Walter Veltroni c’era tutta la classe dirigente postcomunista che dieci anni fa tentò di regolare i conti con il berlinguerismo. A partire dalla questione morale, ovviamente. Il colpo più duro lo portò Piero Fassino, oggi sindaco renziano di Torino (e autocandidatosi al Quirinale tra un anno), nella sua autobiografia Per passione: “Mi è capitato spesso di pensare a Berlinguer come a un campione di scacchi che sta giocando la partita più importante della sua vita… guardando la scacchiera il campione si accorge che, con la prossima mossa, l’avversario gli darà scacco matto. Ha un solo modo per evitarlo: morire un minuto prima che l’altro muova”. Parole tremende, che si inseriscono nel pieno della ridondante riscoperta a sinistra di una parola d’ordine: riformista. La metafora fassiniana è fin troppo chiara. La solitudine dello scacchista Berlinguer è colpa del “ripiegamento nella predicazione moralistica” (Il Riformista del 28 agosto 2003). E questo ripiegamento, cioè “la questione morale, il mito di una propria irriducibile diversità antropologica, la parola d’ordine dell’austerità, è lo specchio di questa crisi” (sempre Il Riformista).

Insomma, Berlinguer rinchiuse il Pci “in un ghetto”. Fassino all’epoca era con D’Alema e la condanna della questione morale divenne il tratto distintivo, che piaccia o no, della nuova sinistra riformista. Non solo per giustificare la normalità e il gestionismo di governo (con relativi scandali e inchieste), ma anche e soprattutto per dare un senso al dialogo con Silvio Berlusconi. Ieri Craxi, oggi Berlusconi. Fu addirittura Cesare Romiti a rinfacciarlo proprio a Fassino in un dibattito: “Enrico Berlinguer era un uomo di grande onestà morale. Evidentemente non voleva unirsi a un’altra forza politica perché per lui c’era un problema di moralità, c’era una questione che non poteva accettare”. Ieri il Psi, oggi Forza Italia.

I riformisti volevano dimenticarlo. Poi hanno preferito annetterlo
Tutto il filone riformista per la serie “Dimenticare Berlinguer”, dal titolo del libro di Miriam Mafai, trova la sua ragion d’essere nell’esponente del Pci più alto in grado che nell’estate del 1981 si oppose alla questione morale di Berlinguer, nella nota intervista a Eugenio Scalfari per La Repubblica: Giorgio Napolitano, capo dello Stato da otto anni e ospite d’onore l’altra sera all’anteprima del film. La prima reazione di Napolitano fu quella di telefonare a Gerardo Chiaromonte: “Eravamo entrambi sbigottiti perché in quella clamorosa esternazione di Berlinguer coglievamo un’esasperazione pericolosa come non mai, una sorta di rinuncia a fare politica visto che non riconoscevamo più alcun interlocutore valido e negavamo che gli altri partiti, ridotti a ‘macchine di potere e di clientela’, esprimessero posizioni e programmi con cui potessimo e dovessimo confrontarci”. Analoghe dichiarazioni, in quegli anni, le faranno D’Alema, Luciano Violante e, nei fatti, lo stesso Veltroni.

Quest’ultimo, infatti, condusse la campagna elettorale del 2008 senza mai citare il suo avversario Berlusconi. Guai a demonizzarlo o a parlare dei suoi guai giudiziari o dei suoi conflitti d’interessi. Il paradosso è che tutto questo ha condotto l’odierna sinistra del Pd in un guado, senza i cosiddetti pensieri lunghi. I tatticismi che hanno consumato e dilapidato voti e credibilità da un lato hanno causato le accuse di Berlusconi sulla “sinistra giustizialista e comunista, dall’altro hanno fatto diventare Berlinguer un’icona di tutti quelli che non votano più la “ditta”, perché nauseati e sfiduciati. Ecco Antonio Di Pietro nel dicembre del 2003 contro i dalemiani: “Noi della questione morale facciamo una battaglia politica e questa battaglia viene vista con sofferenze”. L’unica eredità berlingueriana che i presenti dell’altra sera hanno custodito a lungo è quella del compromesso storico. Alias consociativismo e larghe intese. Ma si può mettere sullo stesso piano il dramma di Moro e Berlinguer con gli inciuci di D’Alema e Berlusconi, prima, e Renzi e Verdini, poi?

Il futuro è il bimbo fiorentino “che si è mangiato i comunisti”
Oggi a tirare fuori dal guado il Pd c’è Matteo Renzi, ex democristiano che è stato soprannominato “il bambino che si è mangiato i comunisti”. Allo stesso tempo la nostalgia per Berlinguer, seppure nell’eterna forma di santino, torna far piangere i postcomunisti. Prima o poi bisognerà ripartire da lì. Dalla questione morale. Dalle mani pulite.

Da Il Fatto Quotidiano del 22 marzo 2014