Autosospeso prima di essere cacciato. Silvio Berlusconi non è più Cavaliere del lavoro: ha deciso di lasciare la Federazione nel giorno in cui il Consiglio ha concluso l’esame della sua posizione dopo la sentenza di condanna della Corte di Cassazione del 1 agosto 2013. “Il Consiglio Direttivo e il Collegio dei Probiviri – si legge in una nota – hanno così concluso l’iter previsto dalle norme statutarie, e che ha avuto inizio ben prima delle sollecitazioni e polemiche sollevate a mezzo stampa”. Gli organi di giustizia della federazione, tuttavia, in realtà non hanno dovuto prendere nessuna decisione, visto che nelle fasi conclusive della procedura in questione (e precisamente alla vigilia della riunione odierna) negli uffici della Federazione Nazionale dei Cavalieri del lavoro è arrivata la lettera dell’ex presidente del Consiglio. Il contenuto? Autosospensione di colui che, a questo punto, può essere chiamato ex Cavaliere, visto che il Consiglio direttivo ha preso atto della sua decisione. Una mossa preventiva, quella di Berlusconi. Il leader di Forza Italia, infatti, avendo intuito che per lui non ci sarebbero state buone notizie, ha deciso di congelare la sua posizione per evitare lo smacco della cacciata ufficiale. L’iniziativa dell’ex premier, tuttavia, non era scontata, specie alla luce del ricorso dei suoi legali alla Corte di Giustizia Europea nonché – soprattutto – a seguito della presentazione dell’istanza di revisione del processo che lo ha riguardato.

Il passo indietro dell’ex Cavaliere, inoltre, arriva all’indomani della sentenza della Cassazione, che ieri ha confermato i due anni di interdizione dai pubblici uffici e sancito, contestualmente, l’impossibilità per l’ex premier di poter esprimere il proprio voto alle elezioni. Ricapitolando, quindi, ad oggi Berlusconi è non candidabile, interdetto, pregiudicato e senza il diritto di voto. Le conseguenze indirette di questo impasse, tuttavia, le paga il suo partito. Forza Italia, infatti, non potrà quindi inserire nelle liste il nome più pesante in termini di consenso elettorale, il che ha spinto i vertici azzurri a ipotizzare la candidatura di Marina e Barbara pur di avere il cognome di Berlusconi sulla scheda elettorale.

Oltre al danno, inoltre, non poteva mancare la beffa. In tal senso, infatti, il Partito democratico, nonostante il patto tra il proprio segretario Matteo Renzi e l’ex Cavaliere, ha girato il coltello nella piaga dopo la notizia dell’odierno passo indietro del vecchio, nuovo alleato extragovernativo. Il messaggio è stato affidato a Gero Grassi, vicepresidente dei deputati democratici, che commentando l’autosospensione di Silvio Berlusconi, ha parlato di “scelta opportuna, ma sarebbe stato assai meglio se fosse stata l’ultima di una serie di autosospensioni dalle sue cariche pubbliche”. E fin qui sarebbe stato un normale attacco politico, se non fosse che Grassi ha esteso il campo ad un altro gioiello dell’universo Berlusconi: il Milan. “Può ancora sospendersi da vice presidente del Milan, visto che i gloriosi successi del passato sono solo un lontano ricordo” ha detto Grassi.