La Carta di Pisa è un codice di condotta per gli amministratori locali promosso dall’associazione Avviso Pubblico nel febbraio 2012. Non ha avuto un successo eclatante in termini numerici, solo una trentina di amministrazioni comunali e provinciali finora l’hanno adottato, molte altre invece hanno avviato un iter che si è arenato strada facendo. È un buon segnale, paradossalmente. Significa che la Carta è stata almeno letta e compresa nelle sue implicazioni. Non è carta destinata ad accumulare polvere sugli scaffali, come normalmente accade ai “codici etici” in Italia. È un codice esigente sul piano dei comportamenti richiesti agli amministratori politici, eletti e nominati. Per citare solo alcuni punti, impone – prima e in misura più rigorosa delle leggi poi sopravvenute, tra cui la sedicente “anticorruzione” del 2012 – piena trasparenza di redditi, patrimoni, finanziamenti politici, criteri di nomina (improntati al merito dei candidati), conflitti di interesse, rapporti coi mezzi di comunicazione, divieto di accettare regali e di cumulare cariche, specie quelle che creano commistioni incestuose tra controllori e controllati. Nulla di rivoluzionario nei contenuti, solo un elenco “nero su bianco” di elementari regole di buona politica.

Ma forse l’aspetto veramente rivoluzionario del codice consiste nelle sanzioni  applicate a chi non lo rispetta. Essendo rivolto ad amministratori politici, anche le sanzioni hanno natura politica. Vanno dal richiamo formale, alla censura pubblica, fino alla revoca del mandato fiduciario – ossia l’obbligo di dimissioni. E quest’ultima, più severa sanzione va a colpire anche chi si trovi nella scomoda condizione prevista dall’articolo che tanto travaglio sta creando alla coalizione di centrosinistra abruzzese. Testualmente: “In caso sia rinviato a giudizio o sottoposto a misure di prevenzione personale e patrimoniale per reati di corruzione, concussione, mafia, estorsione, riciclaggio, traffico illecito di rifiuti, e ogni altra fattispecie ricompresa nell’elenco di cui all’art. 1 del Codice di autoregolamentazione approvato dalla Commissione parlamentare antimafia nella seduta del 18 febbraio 2010, l’amministratore si impegna a dimettersi ovvero a rimettere il mandato”. Purtroppo sul fresco trionfatore nelle primarie a candidato governatore abruzzese, dopo l’assoluzione in primo grado, incombe un processo d’appello proprio per corruzione, mentre la sua coalizione si è vincolata all’adozione della Carta di Pisa: se eletto, il neo-governatore dovrebbe dunque adottare il codice etico e dimettersi un minuto dopo. È già accaduto, proprio a Pisa: un assessore provinciale, appena rinviato a giudizio per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione, si è visto revocare l’incarico dal Presidente proprio in virtù di quella disposizione.

Nonostante le apparenze, il principio che ispira questa disposizione non è – secondo l’espressione infamante in uso – “giustizialista”. Al contrario, si ispira a un principio profondamente garantista, perché cerca di offrire una tutela ai soggetti più deboli, i cittadini, garantendoli contro il rischio di scoprire – troppo tardi! – di essere stati governati da amministratori corrotti, concussori, estorsori, collusi con le mafie o con chi avvelena il territorio. Non viene messa in discussione la presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio di ogni amministratore coinvolto in inchieste giudiziarie, per quanto gravi siano i reati di cui li si accusa. Non è la sua responsabilità penale, tutta da dimostrare almeno fino alla sentenza di Cassazione, che entra qui in gioco, bensì la responsabilità politica di fronte alla propria comunità, il rapporto di fiducia intaccato da un procedimento penale che getta ombre sull’integrità dell’amministratore, e dunque sulla sua capacità di curare gli interessi pubblici che gli sono stati affidati. Il rinvio a giudizio, e a maggior ragione i successivi gradi di giudizio, sancisce precisamente questo: l’esistenza di indizi di colpevolezza tali da richiedere un dibattimento per accertare la verità. Quale credibilità possono avere di fronte ai propri amministrati un governatore, un sindaco, un assessore che bandiscono appalti, assegnano licenze e concessioni, approvano piani urbanistici, impegnano risorse pubbliche, nominano commissioni e dirigenti mentre su di loro incombe una possibile condanna per reati così infamanti?

In un paese come l’Italia, nel quale il 63 per cento dei cittadini è convinto che la corruzione sia pervasiva tra i politici di ogni livello (atteggiamento esemplificato dalla formula di uso corrente “tanto sono tutti ladri”), secondo i dati di Eurobarometro pubblicati appena un mese  fa, la Carta di Pisa è uno strumento a disposizione dei politici di buona volontà per affermare in modo verificabile che così non è, che ci sono politici disposti ad assumersi volontariamente un impegno credibile, anche rinunciando ad alcune loro prerogative – come quella di invocare la “presunzione di innocenza” – pur  di alzare l’asticella della trasparenza, della legalità e dell’integrità nella propria azione quotidiana di governo. Riguadagnando così in termini di legittimità e credibilità di fronte ai propri concittadini quello cui hanno rinunciato in termini di tutele formali. Sempre che non si vogliano utilizzare i contenuti della Carta di Pisa per un mero “maquillage etico”: nessuno può impedire una simile operazione, agli elettori il compito di giudicarla.