Mentre sotto gli occhi del mondo inerme in Uganda si scatena la furia religiosa omofobica (ieri un rotocalco ugandese ha pubblicato foto e indirizzi del “200 omosessuali più in vista” del Paese), da noi il premier Matteo Renzi ha decisamente dato una sferzata al dibattito sui “diritti”.

Sentiamo che cosa ha detto in occasione della richiesta di fiducia al Senato:

Oggi una mia amica mi ha scritto: «Se devi approvare una forma di unioni civili che non sia quella che vogliamo noi, allora non approvarla». No, non è così: sui diritti si fa lo sforzo di ascoltarsi, di trovare un punto di sintesi. Questo è un cambio di metodo profondo.

Sui diritti si fa lo sforzo di trovare un compromesso anche quando questo compromesso non ci soddisfa del tutto. Ci ascolteremo reciprocamente, ma la credibilità su questo tema sarà il punto di caduta di un’intesa possibile, che già è stata costruita nel corso di questi giorni. Lo vedremo. Sostenere, però, che l’identità è il contrario dell’integrazione significa fare a pugni con la realtà, significa prendere a botte il niente.

Parliamoci chiaro, delle due l’una: o Renzi non ha capito nulla di che cosa siano i diritti civili, o ci sta prendendo sonoramente in giro.

Cominciamo col dire le cose come stanno. Il discorso sui “diritti”, è in realtà il discorso sul riconoscimento delle coppie dello stesso sesso, ove “diritti” è una parola fine per evitare l’aggettivo “gay”, destinato a far saltare sulla sedia non pochi ministri e onorevoli della maggioranza. Sappiamo infatti che il termine compromesso è sempre, nel nostro Paese, sinonimo di schifezza o gran presa per i fondelli.

Renzi evidentemente ignora che esiste una sentenza della Corte costituzionale che indica esattamente la via da seguire, e non è quella del compromesso.

Secondo questa sentenza, la Corte dice che:

  • Alle persone omosessuali spetta il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia, ottenendo dal Parlamento il riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri.
  • Come ha chiarito il Presidente della Corte Franco Gallo, il legislatore “deve sciogliere il nodo delle unioni gay“, legiferando necessariamente al più presto. Più tempo passa, più la totale mancanza di copertura normativa delle unioni omosessuali rischia di trasformarsi in vera e propria emergenza costituzionale.
  • Nel legiferare, il Parlamento deve rifarsi agli esempi diffusi nel panorama comparato, con modelli che, essendo le cose profondamente cambiate negli ultimi 3/4 anni, si riducono oggi essenzialmente a due: le unioni civili alla tedesca e il matrimonio.
  • L’introduzione del matrimonio tra persone dello stesso sesso non richiede la modifica della Costituzione, tant’è vero che la Corte non esclude, ed anzi espressamente contempla la possibilità, che la disciplina delle unioni gay possa essere ottenuta mediante l’estensione del matrimonio.
  • In ogni caso, la disciplina trova un limite costituzionale nella possibilità, per la Corte costituzionale, di intervenire quando, in relazione a ipotesi particolari, occorre ristabilire la parità di trattamento tra – si badi – coppie coniugate e unioni omosessuali.

Di fronte a queste istruzioni, il governo e il legislatore sono avvertiti: non basta una disciplina scarna, fatta di disposizioni sconnesse e volte a riconoscere una sorta di contentino per far star buona la comunità Lgbt italiana. Non bastano i Pacs, né tanto meno i Dico. Occorre invece una disciplina robusta, costituzionalmente orientata nei termini che abbiamo detto.

Ogni soluzione al di sotto di questa soglia, e dunque ogni forma di compromesso, è non solo politicamente ma soprattutto costituzionalmente inaccettabile. 

Non è questione di “fare lo sforzo di ascoltarsi“, come dice Renzi, come se solo gli omosessuali dovessero essere sempre disposti ad ascoltare gli altri. Lo sappia il nuovo Governo: è una vita che ascoltiamo!

Di stupidate sull’omosessualità, sulle relazioni omosessuali e sulle famiglie incentrate sulle coppie dello stesso sesso ne abbiamo già sentite sin troppe, dal Presidente del Consiglio come dai rappresentanti del suo partito e degli altri partiti di maggioranza. L’ora delle esitazioni è finita. E con essa l’era dei compromessi.