C’è una verità circa il trasbordo di componenti di armi chimiche a Gioia Tauro (Reggio Calabria) previsto agli inizi di febbraio. C’è una verità e ci sono tante ipotesi.

Articoli raccontano di rischi enormi o di situazione controllata. Ci sono le ansie dei calabresi, legittime, comprensibili e anche alimentate. Soprattutto c’è l’isolamento di un’intera regione, che tende a unirsi quando il pericolo è teorico, opinabile, spostato in avanti; quando lo si può condire di fantasia, proiettando scenari terrificanti ma lontani.

Il panico, in genere, è più rassicurante della logica. E la logica del panico – direi intanto della sfiducia – ha più terreno della logica della normalità. Soprattutto in Italia, dove figli di potenti hanno la via spianata, dove la tragedia è spesso sfruttata senza scrupolo e la pioggia d’autunno può trascinare tutto: case e speranze, vite e detriti.

La verità, in questa storia d’incapacità comunicativa del governo in carica, è che le informazioni ufficiali sono scarse e incomplete. Verrebbe da pensare che vi sia una strategia specifica in seno al potere, in modo che monti la paura e si organizzi, come sta avvenendo, una reazione popolare scomposta, fondata sull’istinto e soprattutto sul delirio collettivo, magari a distrarre.

Non che si debba accettare in silenzio la scelta del porto di Gioia Tauro per trasferire – e va visto bene come – un carico di sostanze potenzialmente pericolose da una nave a un’altra. Non che si debba subire apatici un’imposizione; avvenuta, peraltro, all’insaputa delle autorità locali. Tuttavia, un conto è disporsi all’analisi razionale e all’azione politica conseguente, altro è lanciare allarmi sulla base di notizie non verificate, impressioni, pessimismo perpetuo.

Questa vicenda del trasbordo, sto verificando sul campo, mostra i limiti dell’organizzazione politica di noi calabresi: ognuno va per conto suo, i partiti locali obbediscono a Roma, qualcuno rincara la dose, alza il tiro, omette che all’operazione partecipano Usa e Russia, per esempio, e si guarda dal rammentare la vicinanza delle elezioni europee.

In questi giorni, il rumore sul porto di Gioia Tauro è forte. Ma non importa a nessuno che la struttura sia servita alla ‘ndrangheta, che attraversi una crisi netta e che sia scarsamente competitiva. E a nessuno importa che la zona circostante, la cosiddetta Piana di Gioia Tauro, sia una pattumiera di rifiuti, inceneriti o scaricati, e che lì sarà costruito un rigassificatore che peserà sull’ambiente.

Per ultimo, non importa a nessuno che nel contesto, purtroppo segnato dalla ‘ndrangheta, le possibilità di occupazione si riducano ogni giorno e il governo ignori, ricordandosi dell’area solo quando serve produrre o caricare roba tossica.