Fiat ha tagliato oltre 15mila dipendenti in Italia per assumere negli Stati Uniti e in Paesi dove la manodopera è più conveniente, mentre i call center di Telecom migrano verso la Romania. E perfino un’azienda con risultati eccellenti come la Brembo ha puntato sull’Europa dell’Est per la produzione di componenti Porsche e Mercedes. E’ la triste conferma che il vento della delocalizzazione soffia forte e sta cambiando la mappa dell’industria italiana, comprese le piccole aziende (vedi l’incredibile caso della Firem di Modena, i cui 40 dipendenti rientrati dalle vacanze estive hanno trovato gli impianti in via di smantellamento).

Uno studio della Cgia di Mestre l’anno scorso ha fornito dati significativi: le società che hanno spostato la produzione all’estero per risparmiare su stipendi e tasse lasciando a casa i lavoratori italiani sono aumentate dal 2000 al 2011 del 65%, arrivando a superare le 27mila unità. I motivi, spiegava Giuseppe Bortolussi, segretario dell’associazione degli artigiani mestrini, sono diversi: “Le imposte, la burocrazia, il costo del lavoro, il deficit logistico-infrastrutturale, l’inefficienza della pubblica amministrazione, la mancanza di credito e i costi dell’energia rappresentano ostacoli spesso insuperabili che hanno indotto molti imprenditori a trasferirsi in Paesi dove il clima sociale nei confronti dell’azienda è più favorevole”.

Fiat punta sugli Usa e sulla manodopera low cost in Serbia
Uno degli esempi più evidenti è la Fiat, che non perde occasione per minacciare di abbandonare l’Italia, e ha ridotto di 15.821 dipendenti la forza lavoro nel Paese dal 2007 al 2012 (il personale impiegato è passato da 77.679 a 61.858 unità), mentre il numero di lavoratori negli Stati Uniti è lievitato da 11.364 a 73.713. Stesso andamento per gli stabilimenti, passati da 56 a 44 in Italia e da 22 a 48 negli Stati Uniti, e per i centri ricerca e sviluppo. L’azienda torinese assume sempre di più anche in Sud America, mentre taglia in Europa.

Un discorso a parte, invece, riguarda la produzione di auto italiane in Serbia. Fiat Serbia, come ha recentemente notato il ministero delle Finanze di Belgrado, è risultata di gran lunga al primo posto nella lista dei maggiori esportatori in Serbia nei primi otto mesi del 2012, con merci per un controvalore di 952,4 milioni di euro. La conferma è arrivata dai dati sull’export serbo pubblicati lo scorso maggio, con il settore dell’auto trainato da Fiat che contribuisce al 20% delle esportazioni e ha ”quasi triplicato la produzione” nei primi tre mesi del 2013 rispetto allo stesso periodo del 2012. Ad accendere i riflettori sugli impianti di Fiat in Serbia era stato stato anche il gesto disperato di un operaio dello stabilimento di Kragujevac, che lo scorso maggio ha danneggiato 31 vetture 500 L, provocando un danno da 50mila euro. L’uomo ha graffiato le carrozzerie scrivendo “italiani andatevene” e “aumentate gli stipendi”. Un episodio che ha fatto scendere in campo i sindacati locali, che hanno colto l’occasione per lamentarsi della paga mensile, pari a circa 320 euro.

Brembo, utili volano ma aumenta la produzione in Est Europa
A puntare sull’Est Europa sono anche le aziende più solide. Brembo – che ha chiuso i primi nove mesi del 2013 con un utile di 63,4 milioni di euro, con un incremento del 29,4% rispetto al corrispondente periodo del 2012 – ha raggiunto alla fine di giugno un’intesa sindacale su 200 esuberi (47, non ancora intrapresi, riguardano dipendenti assunti a tempo indeterminato, mentre 153 riguardano contratti a tempo determinato scaduti). Le uscite sono motivate dalla decisione dell’azienda di trasferire nell’Est Europa alcune linee di produzione e riguardano soprattutto Curno e, in parte minore, la divisione auto di Mapello.

“Stanno spostando all’estero la produzione di pinze per Porche e Mercedes”, spiega Eugenio Borella, segretario generale della Fiom-Cgil di Bergamo, sottolineando che “in Italia rimarrà pochissimo”. D’altronde, ha aggiunto, “nell’Europa dell’Est un operaio guadagna un terzo rispetto all’Italia (14mila contro 40mila euro all’anno) e l’energia costa la metà”. L’azienda ci tiene tuttavia a precisare di avere aumentato la produzione nei Paesi dell’Est per questioni logistiche, in modo da essere più vicina alle case automobilistiche tedesche, che vanno sempre più a gonfie vele, mentre “nonostante tutti gli sforzi fatti le attività italiane sono in perdita”.

I passi avanti del gruppo a Est, d’altronde, non sono una novità. Analizzando i bilanci del 2007 e del 2012, in questi ultimi compare un nuovo impianto produttivo in Repubblica Slovacca con 98 dipendenti e uno in Repubblica Ceca, costituito nel 2009, che ora può contare su ben 421 lavoratori. Aumenta negli ultimi cinque anni di 128 uomini la forza lavoro anche nello stabilimento di Dabrowa-Gòrnicza, in Polonia, mentre diminuisce leggermente nell’altro impianto produttivo del gruppo nello stesso Paese.

La migrazione dei call center verso Oriente, il caso Telecom
Un discorso a parte riguarda invece i call center, spostati sempre più all’estero, soprattutto in Europa dell’Est, per risparmiare sui costi. A partire da Telecom Italia. I posti di lavoro emigrano a Oriente, mentre quanto resta in Italia viene ridimensionato. L’azienda precisa che la delocalizzazione dei call center è effettuata dalle società a cui affida il servizio e non riguarda l’assistenza clienti, ma quella commerciale. Le difficoltà che devono affrontare i dipendenti italiani, però, sono sotto gli occhi di tutti.

Telecom ha siglato con i sindacati lo scorso marzo un accordo che prevede contratti di solidarietà per 32mila dipendenti e la collocazione in mobilità per altri 500. “L’accordo è una cambiale in bianco per Telecom, che sarà libera di delocalizzare ulteriormente”, avverte Fulvio Macchi dello Snater (sezione delle telecomunicazioni del sindacato Usb), sottolineando che è solo una questione di tempo. “Le sigle confederali hanno accettato tutta una serie di ricatti”, aggiunge, “dalla chiusura di alcune sedi agli spostamenti sul territorio dei lavoratori, passando per l’aumento dei carichi di lavoro e l’obbligo per chi lavora da casa di installare una webcam per essere controllato”.

Il rischio di nuove delocalizzazioni è in una frase all’interno dell’accordo. “C’è scritto che Telecom rivaluterà la situazione tra due anni”, spiega Mattea Cambria della Cgil piacentina, prevedendo che “coglieranno sicuramente l’opportunità per spostare sempre di più l’attività in Romania e Albania, dove la paga oraria – secondo quanto scoperto da alcune dipendenti italiane – non supera i due euro l’ora”. Lo spostamento del personale del gruppo all’estero, d’altronde, non è una novità. La percentuale di dipendenti impiegati in Italia è calata dal 2007 al 2012 di 15 punti, dall’80,5% al 65,4 per cento. Mentre le assunzioni all’estero sono salite dal 76,7% all’88,95%, soprattutto grazie alla crescita in Sud America.

La scarpa che respira venduta in Italia ma prodotta all’estero
C’è poi chi il vizio della produzione low cost l’ha sempre avuto. E’ il caso di Geox, che già nel 2007 produceva ben poco in Italia: soltanto 898 dipendenti, contro 1.274 in Romania, 712 in Slovacchia e 659 in altri Paesi. Il gruppo, che attualmente ha il 37% della forza lavoro in Italia, ha trovato l’estate scorsa un accordo con i sindacati per 71 esuberi. Pesa la flessione dei ricavi, scesi nei primi nove mesi dell’anno a 618,1 milioni dai 701,5 milioni registrati nello stesso periodo dell’anno scorso.

Il fatturato cala, ma l’Italia rimane il mercato principale, con una quota del 35% delle entrate del gruppo. Segnale che la scarpa che respira viene prodotta all’estero a basso costo per poi essere rivenduta agli stessi italiani. “La delocalizzazione è un male necessario imposto dal mercato”, ha dichiarato nel 2004 lo stesso Mario Moretti Polegato, presidente e fondatore del gruppo Geox, intervistato dal Corriere della Sera, sottolineando che “l’impresa del domani sarà quella intelligente: qui, in Italia, la creatività, l’organizzazione della produzione, il marketing; fuori, dove la manodopera costa meno, la produzione”.

Ma la sorpresa peggiore, parlando di delocalizzazione, riguarda i 40 dipendenti della Firem, storica fabbrica di resistenze elettriche di Formigine, in provincia di Modena. In agosto, mentre i lavoratori erano in ferie, ignari di tutto, i proprietari della società hanno fatto sparire il 90% dei macchinari, trasferendo l’impresa quasi interamente in Polonia. A fine agosto, grazie all’intervento delle istituzioni locali e dei sindacati, si era poi aperto uno spiraglio: il blocco della delocalizzazione, con il mantenimento di parte della produzione in Italia, e l’apertura di una nuova sede nell’Europa dell’Est. Ma per i dipendenti non è ancora tempo di cantar vittoria. L’azienda è infatti tornata recentemente sotto i riflettori per non avere pagato gli stipendi arretrati.