“Fare impresa in Italia è molto più difficile che altrove. Le tasse, la burocrazia, il costo del lavoro, il deficit logistico-infrastrutturale, l’inefficienza della pubblica amministrazione, la mancanza di credito e i costi dell’energia rappresentano degli ostacoli spesso insuperabili che hanno indotto molti imprenditori a trasferirsi in Paesi dove il clima nei confronti dell’azienda è più favorevole”. Lo sostiene il segretario della Cgia Mestre, Giuseppe Bortolussi, che rileva come dal 2000 al 2011 le imprese che hanno delocalizzato le proprie strutture sono aumentate del 65% arrivando a superare le 27mila unità.

Secondo uno studio dell’associazione veneta degli artigiani, dal 2008 si è registrato un trend sempre in crescita, ma “abbastanza contenuto” (+ 4,5%). Premesso che negli ultimi decenni la delocalizzazione produttiva ha interessato tutti i Paesi più industrializzati del mondo, “un elemento di forte richiamo – secondo Bortolussi – è la certezza del diritto. In Francia, ad esempio, i tempi di pagamento sono più puntuali e più rapidi di quanto avviene da noi. La giustizia francese funziona e chi non paga viene perseguito e sanzionato. Senza contare che i tempi di risposta delle autorità locali sono strettissimi, al contrario di quanto succede in Italia dove l’unica certezza sono i ritardi che accompagnano quasi ogni pratica pubblica”.

Le regioni che sono state più investite dalla fuga delle proprie aziende, verso l’estero, sono quelle del Nord. In Lombardia se ne contano 9.647, in Veneto 3.679 in Emilia Romagna 3.554 e in Piemonte 2.806. Messe tutte assieme costituiscono oltre il 72% del totale delle imprese che hanno lasciato il nostro Paese. “La delocalizzazione – conclude Bortolussi – ha una valenza economica, ma anche sociale e politica. Se da un lato la delocalizzazione tende ad aumentare la competitività di un’attività produttiva, dall’altro si corre il rischio di far crescere la disoccupazione nell’area in cui ha origine. Ciò rischia di avvenire se i lavoratori fuoriusciti dalle attività produttive non sono reimpiegati in altre attività presenti in loco. Visto che la delocalizzazione ha investito soprattutto le Regioni italiane dove il tasso di disoccupazione è ancor oggi tutto sommato abbastanza contenuto, possiamo dire che questo fenomeno non ha dato luogo a grossi problemi occupazionali”.

Quali sono i settori più interessati da questo fenomeno? Quasi un’impresa su due (48,3% del totale) opera nel commercio all’ingrosso (in valore assoluto sono 13.124 aziende). Si tratta, ad esempio, di attività legate agli intermediari del commercio, del commercio all’ingrosso di prodotti alimentari e bevande, di apparecchiature high-tech e di altri macchinari e attrezzature. Attività prevalentemente costituite dalle filiali commerciali di imprese manifatturiere. Segue l’industria manifatturiera (28,6% del totale) e la logistica (6,2% del totale).

Intanto, secondo l’ultimo grido di allarme del settore, nel giro di pochi mesi alcune migliaia di alberghi rischiano di chiudere. “E’ indispensabile che governo, Parlamento e sindacati provino a ragionare con le imprese a un piano di emergenza per salvaguardare lavoratori e aziende del settore”, dice il presidente di Federalberghi, Bernabò Bocca. “I dati previsionali di Pasqua – osserva Bocca commentando i risultati di una indagine svolta dal 18 al 25 marzo su un campione rappresentativo di italiani – sono l’ennesima conferma di come l’Italia stia vivendo una crisi epocale, che rischia di far tornare l’economia turistica ai livelli post bellici”.

Per il presidente di Federalberghi “la perdita di oltre il 14% di italiani che partiranno per Pasqua (rispetto a Pasqua del 2012) e il parallelo decremento del 17% del giro d’affari, costituiscono due percentuali senza precedenti per una ricorrenza tanto importante per un Paese cattolico”. “E non può essere una scusante credere che la Pasqua celebrata a fine marzo possa influire sui consumi turistici – aggiunge il Presidente degli albergatori italiani – in quanto dalla nostra indagine risulta come addirittura il 45,2% di chi dichiara che non farà vacanze (pari ad oltre 23 milioni di connazionali) indichi nei motivi economici tale scelta. A questo punto è indispensabile – conclude Bocca – che governo, Parlamento e sindacati provino a ragionare con le imprese a un piano di emergenza per salvaguardare i lavoratori e le aziende del settore se non vogliamo che nel giro di pochi mesi alcune migliaia di alberghi e centomila dipendenti cessino la propria attività, privando l’economia nazionale di una delle poche attività in grado da sola di condizionare lo sviluppo del Paese”.