Prima avevano mandato i lavoratori in ferie per poi smantellare la fabbrica e spostare la produzione in Polonia, e ora non arrivano nemmeno i pagamenti degli stipendi arretrati. Tornano in piazza a manifestare i 40 lavoratori della Firem di Formigine, in provincia di Modena, per chiedere alla proprietà dell’azienda, specializzata nella produzione di resistenze elettriche, di rispettare gli accordi sindacali siglati lo scorso settembre e pagare, quindi, le mensilità arretrate. Perché il Natale si avvicina, e sono quaranta le famiglie che aspettano il versamento della seconda rata relativa alla mensilità di agosto, che sarebbe dovuta arrivare il 15 dicembre scorso e che ammonta, in tutto, a 12.000 euro.

“La storia si ripete – commenta Cesare Pizzolla, segretario della Fiom di Modena – a settembre avevamo sottoscritto un accordo con i vertici della Firem per il pagamento delle mensilità arretrate, che avevamo suddiviso, come si dice in gergo, in tre comode rate, consentendo, in cambio, all’azienda di prelevare dalla fabbrica alcune particolarità che servivano in Polonia. Ma ci hanno comunicato che non ci sono i soldi, e questa volta non so come si potrà raggiungere un nuovo accordo”. Così, gli operai sono tornati a manifestare, con un presidio questa mattina in via Sassi, dove l’azienda metalmeccanica ha la sede legale, e che continuerà anche domani. A rischio, infatti, non c’è solo la seconda rata relativa allo stipendio di agosto, ma anche la tredicesima.

“Tra i lavoratori c’è molta preoccupazione, e c’è anche molta rabbia – racconta Pizzolla – perché non è possibile che si sigli un accordo con istituzioni e sindacati per poi annunciare, a ogni scadenza, che non ci sono i soldi. La Firem fatturava 5 o 6 milioni di euro l’anno, possibile che non abbia 12.000 euro per pagare i lavoratori?”.

La vertenza relativa all’azienda di Formigine era già iniziata in salita quando ad agosto, nel pieno delle ferie, i lavoratori avevano scoperto che la fabbrica era stata smantellata. In pochi giorni, dallo stabilimento di via Quattro Passi era sparito quasi tutto: macchinari, merci, persino i titolari, irreperibili per giorni. Una doccia fredda, alla quale gli operai e gli impiegati amministrativi, 40 in tutto, rientrati di corsa dalle vacanze, avevano risposto con un presidio a oltranza, allo scopo di bloccare l’ultimo camion diretto verso la Polonia, dove i proprietari, la famiglia Pedroni, avevano poi annunciato di voler spostare la produzione. “Noi siamo andati in ferie il 2 agosto e, a quanto ci risulta, il 3 agosto hanno cominciato a smantellare gli impianti – raccontava Simona Messori, delegata Fiom e da 13 anni impiegata alla Firem – hanno chiamato un’azienda esterna, che di notte, con i portoni chiusi, ha raccolto i macchinari e le merci per poi spedirli fuori dall’Italia. Così noi ora ci troviamo, all’improvviso, senza che nessuno ci abbia avvisato, a casa”.

A fine agosto, infine, grazie all’intervento delle istituzioni locali e dei sindacati si era aperto uno spiraglio: il blocco della delocalizzazione, con il mantenimento di parte della produzione in Italia, e l’apertura di una nuova sede nell’Europa dell’Est. Da lì si era arrivati all’accordo di settembre, siglato in Regione con i sindacati, alla presenza delle istituzioni nazionali, regionali, provinciali e comunali, che aveva consentito all’azienda di prelevare materiali dalla fabbrica ormai smantellata in cambio del pagamento delle mensilità arretrate, a partire dal mese di luglio. Un accordo non rispettato sin da subito, però, perché già ad ottobre i lavoratori, oggi in cassa integrazione, erano scesi in piazza per protestare contro il mancato pagamento della prima tranche, quella relativa proprio a luglio 2013. I soldi poi erano arrivati, ma oggi il problema si ripresenta. E se del piano industriale si riparlerà a gennaio, i mancati bonifici complicano una situazione già difficile.

“Speriamo che il Comune e la Provincia riescano a convocare un incontro già per domani mattina – conclude il segretario provinciale della Fiom – ma non sono ottimista, perché in questo caso non c’è molto di cui discutere: la Firem deve pagare. Credo che i Petroni farebbero meglio a smettere di giustificarsi puntando il dito contro i lavoratori e contro l’Italia, che sostengono essere inadatta per continuare la produzione, visto che dicevano che l’apertura della nuova società in Polonia avrebbe consentito di salvare anche lo stabilimento di Formigine. Evidentemente il problema non è legato alle caratteristiche di questo paese, ma alla dirigenza dell’azienda. I lavoratori, però, in tutta questa vicenda ci hanno già rimesso il fegato, la Firem ora deve rispettare gli accordi”.