Fiat dà il via libera alla nomina dei delegati Fiom, ma minaccia per l’ennesima volta di abbandonare l’Italia. “Un intervento legislativo è ineludibile”, segnala il Lingotto, sottolineando che “la certezza del diritto in una materia così delicata come quella della rappresentanza sindacale e dell’esigibilità dei contratti è una condicio sine qua non per la continuità stessa dell’impegno industriale di Fiat in Italia”.

E così la casa torinese ha comunicato oggi ai metalmeccanici della Cgil che accetterà la nomina dei suoi rappresentanti sindacali aziendali a seguito della sentenza della Corte Costituzionale, che ha dichiarato l’illegittimità del primo comma dell’articolo 19 che era stato utilizzato dall’azienda di Torino per escludere la Fiom dalla rappresentanza sindacale per non aver firmato il contratto. “In questo modo l’azienda intende rispondere in maniera definitiva a ogni ulteriore strumentale polemica in relazione all’applicazione della decisione della Suprema Corte”, spiega il gruppo. E aggiunge: “Peraltro questa fissa, come ovvio, un principio di carattere generale; la titolarità dei diritti di cui all’articolo 19 dello Statuto dei lavoratori alle organizzazioni sindacali che abbiano partecipato alle trattative per la sottoscrizione dei contratti applicati in azienda; la cui riferibilità alla Fiom nella concreta situazione Fiat è più che dubbia”.

Non si è fatta attendere la reazione del leader della Fiom. “La Fiat non può, per l’ennesima volta, vincolare le istituzioni democratiche del nostro Paese legando il mantenimento della produzione in Italia a una legge che le aggrada”, ha detto Maurizio Landini. E ha aggiunto: “Che in questo Paese ci sia bisogno di una legge sulla rappresentanza, la Fiom lo sostiene da tempo. Infatti, tre anni fa abbiamo raccolto le firme e presentato in Parlamento una legge di iniziativa popolare su questo tema”. Landini ha poi accolto a braccia aperte la decisione di Fiat, annunciando che “a tre anni dalla firma dell’accordo che l’aveva esclusa, la Fiom rientra in fabbrica dalla porta principale, grazie alla sentenza della Corte Costituzionale e all’impegno dei nostri delegati, dei nostri iscritti e del nostro collegio difensivo”.

Mentre il segretario Fismic, Roberto Di Maulo, ha segnalato che “ci troviamo fronte all’inettitudine del governo Letta che, pur investito formalmente della questione, non fa nulla e al silenzio delle grandi centrali sindacali nazionali. E questo non può essere scaricato sulle spalle dei lavoratori di Mirafiori, di Cassino e più in generale di tutti i lavoratori italiani”. E ha aggiunto: “Il governo Letta si sta assumendo una gravissima responsabilità: si balocca con questioni sovrastrutturali, ma non risolve nessun problema del Paese”.

Non è di certo la prima volta che Fiat minaccia di lasciare il Paese davanti a un intoppo. Dopo il verdetto della Consulta, il Lingotto aveva risposto segnalando che la conseguenza potrebbe essere un cambiamento delle “strategie industriali” del gruppo in Italia. Non solo. L’amministratore delegato Sergio Marchionne alla fine di luglio, durante la conference call con gli analisti finanziari sui conti del gruppo del semestre, aveva avvertito che “le condizioni industriali in Italia rimangono impossibili”, annunciando che Fiat potrebbe produrre i nuovi modelli Alfa Romeo non in Italia ma all’estero.

Del resto lo stesso il premier Enrico Letta, come già aveva fatto Mario Monti, non ha escluso la possibilità di uno sviluppo all’estero del gruppo. Il presidente del consiglio, quando all’inizio di agosto ha ricevuto a palazzo Chigi i vertici del Lingotto, ha infatti auspicato la crescita del Lingotto a livello nazionale e globale, ma ha sottolineato come l’esecutivo stia lavorando per dimostrare che è possibile fare industria in Italia.