Nel 1959 la filosofa Hannah Arendt scriveva un pezzo intitolato Riflessioni su Little Rock, riguardante la segregazione razziale nelle scuole pubbliche. Scrive Arendt: “[i]l diritto di sposarsi con chi si vuole è un diritto umano elementare, assai più importante del ‘diritto di frequentare una scuola integrata’, del ‘diritto a sedersi dovunque si voglia sul pullman’, o del ‘diritto di entrare in qualsiasi albergo, in qualsiasi area ricreativa, in qualsiasi luogo di divertimento, a prescindere dalla propria razza o dal colore della propria pelle“.

Il riferimento è al divieto di matrimonio interrazziale (miscegenation) in vigore allora in diversi Stati del Sud e che sarà dichiarato incostituzionale solo successivamente, nel 1967, con la sentenza Loving v. Virginia della Corte Suprema federale. Non si tratta di una realtà solo americana: durante il fascismo e il nazismo, infatti, il divieto dei matrimoni tra una persona di razza ariana (o cittadinanza tedesca o italiana) con “elementi” – come recita la Dichiarazione sulla razza del Gran Consiglio del Fascismo del 1938 – di razze diverse rappresentava una delle prime disposizioni volte a salvaguardare la “purezza” e così la supremazia di una razza su tutte le altre.

Oggi la società aborrisce questa distinzione e il divieto che ne è espressione. Si ritiene infatti contrario alla semplice idea di umanità il fatto di non potersi sposare con chi si vuole, e si tratta di un diritto fondamentale nella misura in cui la sua privazione priverebbe la vita di molte persone del senso che le è proprio.

Ma esiste una discriminazione strisciante ancora oggi, che rende la frase di Hannah Arendt ancora attuale: è l’impossibilità per i gay di sposarsi.

Ora, torniamo per un momento indietro nel tempo, all’epoca di Little Rock. E supponiamo che un politico presenti un disegno di legge su delle “unioni transrazziali“. Si dice, cioè, che non si vuole che neri e bianchi (tedeschi ed ebrei, italiani ed ebrei e così via) si sposino, ma si offre loro l’alternativa di un’unione che non si chiama matrimonio, ma appunto unione transrazziale. Pensate che le persone di colore sarebbero d’accordo? Qual è la ragione per la quale non si dovrebbe estendere il matrimonio anche a loro? Qual è, in altre parole, la finalità che il divieto si prefigge? Se si riflette bene, non ve n’è nemmeno una. La differenziazione esiste di per se stessa, e non trova giustificazione. E’ l’affermazione che un’intera classe sociale è indegna di accedere a un istituto di importanza fondamentale per la vita di ogni persona. E’ l’affermazione di uno status di cittadinanza di serie B.

Anche per il disegno di legge sulle unioni civili sostenuto dai Renziani vale questa argomentazione. In un contesto dove altri Paesi hanno introdotto o stanno introducendo il matrimonio tra persone dello stesso sesso, tutto ciò che la nostra classe politica (dico nostra non perché la senta mia, ma perché con essa condivido il passaporto e nulla più) riesce ad elaborare è una proposta sulle unioni civili, peraltro comprensiva di disposizioni a favore delle coppie di fatto eterosessuali, che francamente di un istituto ulteriore non hanno alcun bisogno, potendosi già sposare.

Mentre ieri la Corte Suprema del New Mexico ha introdotto le nozze gay, portando a 17 il numero di Stati americani che riconoscono il diritto delle persone omosessuali di sposarsi con la persona che amano, da noi si discute ancora del se sia giusto riconoscere la pensione di invalidità al partner superstite o la successione nel contratto di locazione dell’abitazione nella quale magari la coppia ha vissuto 40 anni.

E’ chiaro che se si è troppo indietro, un salto in avanti diventa un’impresa ardua, se non impossibile. E’ questa, almeno, la posizione di molti politici che sostengono questo disegno di legge. Ed è una posizione tutto sommato comprensibile. Altra cosa è però non rendersi conto che una legge sulle unioni civili, paragonata ai progressi intrapresi in altri Paesi molto vicini al nostro, non integra neppure lontanamente il minimo sindacale dovuto a gay e lesbiche, e anzi non rappresenta né l’adempimento della promessa di uguaglianza presente nella nostra Costituzione, né l’esigenza di giustizia che deve essere riconosciuta a tutti i cittadini a prescindere dal loro orientamento sessuale.

E’ come se di fronte alle proteste di Rosa Parks, le si fosse assegnato non un posto in fondo all’autobus, ma a metà. A metà, per carità, forse più comodo, ma sempre diverso dal posto riservato ai bianchi. Lì tu che sei di colore non puoi mai sederti.

Sei gay? Ama, ma non dirlo a nessuno.