“Caro Presidente, oggi se voleva ferirmi più di quella tragica sera, forse ci è riuscito”. Marco Piagentini, 44 anni, uno degli uomini simbolo della strage di Viareggio, che gli ha strappato per sempre due figli, Luca, di 5 anni, e Lorenzo, di 2, e la moglie Stefania, 39, rompe il silenzio cui ha abituato tutti finora. E rende pubblica la lettera che ha scritto il 14 novembre al presidente del Consiglio Enrico Letta dopo che Palazzo Chigi ha deciso che lo Stato non deve costituirsi parte civile nel processo per il disastro ferroviario del 29 giugno 2009. Lettera alla quale Letta ancora non ha mai risposto. Nel frattempo – oltre al grido di dolore – è iniziata anche una petizione online.

“Non ci si può sedere in un’aula di tribunale, con il dolore che ti sfonda lo stomaco, pur con il rispetto e il dovuto decoro, aspettando una giustizia con la G maiuscola, per poi sentire che il tuo Stato ti volta le spalle. E per cosa? Per soldi? No, non lo accetto” scrive Piagentini. Il 13 novembre era, con gli altri familiari, al Polo fieristico di Lucca per la prima udienza del processo. Il volto ancora segnato dalle fiamme, Marco stava in piedi, le braccia conserte, in fondo all’aula. Ha potuto vedere solo da lontano e di spalle l’avvocato di Stato Gianni Cortigiani, che annunciava che lo Stato rinunciava a costituirsi parte civile perché “è in corso una transazione”. Nel processo tra gli imputati ci sono soprattutto i vertici delle società di Ferrovie dello Stato. Allora Piagentini mantenne il riserbo forte e dignitoso che d’altra parte lo ha contraddistinto negli ultimi 4 anni, in cui ha dovuto rinascere da un corpo martoriato per oltre il 90 per cento da ustioni di secondo e terzo grado. Lo ha sempre fatto per l’unico figlio sopravvissuto, Leonardo, oggi 13 anni.  

E’ rimasto in silenzio e ha scritto una lettera all’unica persona per cui aveva parole da spendere: il presidente del Consiglio Letta il quale peraltro ha ribadito che “le esigenze di accertamento processuale sono garantite dal lavoro dell’ufficio del pubblico ministero della Repubblica”. “Caro Presidente, se Lei si togliesse un attimo la tonaca della carica che riveste e guardasse il mondo con gli occhi dei suoi figli, forse capirebbe l’atto insulso e vigliacco che ha fatto – scrive Piagentini – Stefania madre di tre figli, 39 anni, UCCISA dopo tre giorni di agonia, Lorenzo 2 anni – 2 anni, Presidente – UCCISO dopo aver sofferto per 2 giorni, e Luca, 5 anni, BRUCIATO VIVO, e sa dove erano quella sera? Nella propria casa!”. Lorenzo e Luca non sono gli unici bambini morti nella strage di Viareggio. Con loro anche Iman Ayad, 3 anni: un’altra famiglia, la sua, come i Piagentini, sterminata. Di 5 persone è rimasta solo Ibtissam, 24 anni, che dopo la tragedia si è sposata e si è formata una famiglia.

29 giugno 2009: la tragedia dei Piagentini
Il 29 giugno 2009, un quarto d’ora prima della mezzanotte, i piccoli Piagentini dormono. Lorenzo nella culla vicino alla mamma Stefania, Luca nel lettone con lei e Leonardo nella sua cameretta. Marco, il papà, dipendente della Gifas, un’azienda di materiali elettrici, è sul divano, guarda la televisione. Una sera d’estate come tante altre, nella casa di via Porta Pietrasanta. Fino alle 23,50, quando si sente il boato dell’esplosione.

Marco e Stefania non sanno cosa sta accadendo. Ma capiscono che, qualsiasi cosa sia, bisogna scappare. Ed essere veloci. Svegliano i bambini. Luca per primo viene portato dentro l’automobile, pronto per fuggire lontano. Marco e Stefania tornano dentro a prendere gli altri. Passa un istante solo e le fiamme, blu, alte più di un piano, li divorano. Quella notte il nonno Piagentini, papà di Marco, si precipita in via Porta Pietrasanta. Roberto chiama per nome i tre nipotini, il figlio e sua moglie. Si rivolge sconvolto ai soccorritori: “Sono tutti morti, è vero?”. Si aggira tra i ruderi delle case, chiede notizie, implora di continuare a cercare. A pochi metri, Luca è carbonizzato sul sedile posteriore dell’auto. I genitori avevano pensato che fosse al sicuro, in quei secondi concitati e sospesi dove ogni scelta, anche quella di respirare, può decidere il tuo destino.

Marco trattiene il fiato. Si salverà per questo, gli diranno al centro grandi ustionati di Padova dove passerà mesi: se avesse inalato il gas, i suoi polmoni e la gola sarebbero bruciati senza rimedio. Riporta ustioni di secondo e terzo grado su oltre il 90 per cento del corpo. Ma Stefania è gravissima, così come Lorenzo. Lo capiscono subito i soccorritori, giunti subito sul posto. Il piccolo Lorenzo viene portato all’ospedale Meyer di Firenze. Muore il giorno dopo. Tre giorni di agonia e anche Stefania, ricoverata a Pisa, si spegne.

Quando viene portato via, quella notte, Marco Piagentini non sa che solo il primogenito, Leonardo, lo aspetta vivo. Sono le 5 del mattino quando i cani da soccorso, che non hanno mai smesso di annusare e cercare, abbaiano concitati: c’è qualcosa di vivo sotto le macerie. Il video di Leonardo Piagentini che, in pigiama, emerge dalle macerie aggrappato ai soccorritori, fa il giro del mondo. Non ha ferite gravi, Leonardo: è vivo grazie a un materasso che, nel crollo, l’ha protetto. Passerà molto tempo prima che possa riabbracciare il suo papà, che per mesi lotta tra la vita e la morte, in attesa di una nuova pelle. Un mese e mezzo di coma, altri 6 di camera sterile. Devono fargli l’anestesia totale a ogni cambio di bende.

“Presidente, non strazi quei corpi come uno sciacallo”
Oggi Marco Piagentini può camminare, andare in bicicletta, accompagnare Leonardo agli allenamenti di calcio. Insieme, quando possono, vanno a vedere le partite dell’Inter e i concerti di Vasco. E, da quando può esserci, Marco non manca mai quando si chiede verità per quella notte. In silenzio Piagentini si è sempre fatto sentire. Oggi lo fa con una lettera al presidente del Consiglio, dice, un “uomo senza coscienza”, uno “sciacallo”, autore di un “atto vile”, “insulso e vigliacco”. “Caro Presidente, si informi su cosa succede ad un corpo avvolto dal fuoco e quali pene deve attraversare. Se vuole mi può uccidere, ma non strazi quei corpi come uno sciacallo fa con i suoi cadaveri” scrive il papà che ora si sente ferito due volte. “Mia moglie e i miei figli non lo meritano – continua – erano innocenti, eppure… Eppure ogni volta nel chiedere, con dignità e rispetto, giustizia e verità, tutte le volte ricevevo un pugno nello stomaco. Caro Presidente, guardi i suoi bambini e da padre e uomo mi risponda… PERCHÉ? Questa è la domanda che mio figlio Leonardo mi fa e alla quale non riesco a rispondere. Non pretendo che Lei lo faccia, ma ciò che Le chiedo è di non voltarci le spalle, non se ne lavi le mani. Si comporti da UOMO e cambi questo ulteriore scempio, ci ripensi, perché un errore può essere commesso, ma rimediare ad un errore tornando sui propri passi, dimostra una coscienza… Già, una coscienza che in questo atto vile non si è vista”.