I dati sul PIL appena usciti, la crisi annunciata dell’INPS (dopo Alitalia Telecom Finmeccanica ecc.), il nuovo record della disoccupazione e del debito pubblico, la forte deflazione dei prezzi alla produzione, descrivono uno scenario di graduale asfissia economica. La crisi dell’Eurozona sta portando alla disperazione decine di milioni di Europei: tra questi, sei milioni di italiani che vorrebbero lavorare ma non trovano lavoro. Si tratta di una crisi strutturale: perciò a politiche vigenti essa è destinata a trascinarsi a indefinitamente. Gli effetti di isteresi sull’offerta aggregata consolideranno definitivamente, nei prossimi anni, il crollo di civiltà in atto nei paesi Mediterranei. 

L’Euro venne varato senza che vi fossero le condizioni perché i paesi aderenti potessero condividere una moneta unica. I padri dell’Euro speravano che in corso d’opera opportune riforme istituzionali avrebbero creato tali condizioni. Ma tali riforme (ammesso che siano sufficienti) non sono mai state fatte. Anche dopo l’esplosione della crisi, l’Europa si è limitata ad adottare:

  • provvedimenti tampone;

  • misure minime, al limite della violazione dei Trattati Europei, strettamente necessarie per evitare il crollo dell’Euro, senza correggere i Trattati;

  • modifiche ai Trattati inadeguate e controproducenti.

Insomma, i progressi istituzionali sono stati deludenti.

La natura delle difficoltà a riformare l’Eurozona sono quattro. In primo luogo, i Trattati sono ‘rigidi’: basta il veto di un paese per impedirne la modifica. In secondo luogo, l’Euro crea delle asimmetrie, che – se danneggiano l’Eurozona nel suo complesso – favoriscono (almeno nel breve e medio termine) alcuni paesi: quelli che, come la Germania, grazie a una forte compressione dei salari e delle condizioni di lavoro riescono a produrre surplus commerciali intra-europei senza deprimere la domanda. Questo fatto incentiva tali paesi a mantenere lo status quo istituzionale; peggio ancora, a peggiorare l’assetto normativo dell’Eurozona grazie alla preminenza finanziaria acquisita: essa rende gli altri paesi vulnerabili e perciò sensibili a minacce ed incentivi, dunque all’influenza politica dei paesi in surplus. Perciò l’alleanza fra Italia, Spagna, Portogallo, Irlanda, Grecia, e Francia non è mai nata.

In terzo luogo, l’ideologia macro-liberista è molto forte in Europa: e porta a negare le analisi e le evidenze empiriche che smentiscono la bontà delle politiche, degli assetti istituzionali, e della filosofia di cui l’Eurozona è impregnata. Lo stesso premier Enrico Letta pubblicò un libello nel 1997 (“Euro sì. Morire per Maastricht”) in cui esibiva la sua fedeltà alla costruzione ideologica del Tratatto di Maatricht, più che all’Europa: quella classe dirigente è ancora lì. Infine, per ammissione degli stessi protagonisti, esiste più di un’Agenda nascosta, ma ormai non più tanto nascosta, che induce i policymakers europei ad utilizzare la crisi macroeconomica per imporre riforme microeconomiche, liberalizzazioni e riduzioni dello Stato sociale, o l’Unione Politica Europea. Non che la crisi sia stata provocata: ma non deve essere risolta se non facendo funzionare il meccanismo di flessibilizzazione dei prezzi (quindi dei salari) e di riduzione della spesa pubblica: sono questi i Valori Prioritari, rispetto ai quali la disoccupazione e il PIL diventano non solo secondari, ma strumentali.

La crisi in atto è dunque fondamentalmente politica. La Storia ci insegna come finiscono crisi di questo genere. Negli anni “30, un’intera classe dirigente di politici, banchieri centrali, diplomatici, funzionari, economisti, ecc., aveva legato il proprio cuore e il proprio destino al gold standard. Ma fu proprio l’abbandono del gold standard a consentire la fine della crisi. Eppure, l’establishment fino alla fine lottò per conservare il sistema aureo. L’Inghilterra fu espulsa (per sua fortuna) dai mercati, a causa dell’assenza di un lender of last resort internazionale; ma la BCE è stata costretta ad accettare, più o meno, questo ruolo nel Luglio 2012, il che ha escluso tale evenienza. In altri casi, fu necessaria la grande vittoria politica di un leader nuovo (Roosevelt, Hitler), determinato a mettere fine alla crisi, a costo di ‘provarle tutte’, anche sconvolgere gli equilibri esistenti. Tali vittorie politiche richiedono: disoccupazione di massa; e una democrazia che lasci qualche possibilità agli outsiders. L’establishment europeo sta cercando di impedire l’insorgere di tali condizioni: applicando un po’ di flessibilità al paradigma dominante; costituzionalizzandolo; e prevedendo penalità per chi dovesse abbandonare l’Eurozona (l’uscita dall’Euro è vietata).

Ora la Commissione, vista l’aria che tira, fa la voce grossa con la Germania. Ma si tratta sempre di un’ammoina: il limite per il surplus dei conti con l’estero è stato fissato a uno stratosferico 6% del PIL. La Germania viaggia fra il 6 e il 7% da alcuni anni. Ma un surplus tedesco al 5,9% non cambierà granché. Ora la BCE spiega che ha tutti gli strumenti a disposizione per evitare la deflazione: se necessario, interverrà. La BCE è come la Chiesa: non si discute. Tanto più se il papa è italiano. Ma la BCE agisce sui prezzi attraverso la domanda aggregata: i consumi delle famiglie soprattutto, la cui debolezza sta distruggendo le imprese, e a valle famiglie e Stati. Dunque la BCE dice che è perfettamente in grado di attenuare la depressione, ma non muoverà un dito a meno che l’inflazione non diventi negativa. Com’è possibile accettare una Banca Centrale i cui obiettivi politici sono così contrastanti con quelli della società?

I popoli del Sud d’Europa – in particolare i ceti più deboli – sono oggi ostaggio di disegni politici radicaleggianti delle élite – Stati Uniti d’Europa; riduzione dello Stato Sociale; flessibilità del mercato del lavoro, in codice ‘riforme strutturali’ – che bloccano le politiche espansive e le necessarie riforme istituzionali dell’Eurozona. Si avvicina la grande occasione del Semestre Europeo a Presidenza Italiana: è questa la migliore sede per proporre la svolta e la grande riforma dell’Euro. Che facciamo, ‘Palle d’Acciaio’: salviamo sto paese?