La prima sentenza per ‘ndrangheta della provincia di Roma è arrivata oggi, davanti alla sezione penale del Tribunale di Velletri. Centonovanta anni di reclusione per una decina di componenti del clan Gallace-Novella, radicato sul litorale romano. Riconosciuto come promotore e capo dal gruppo Vincenzo Gallace, già condannato a Milano per omicidio, condannato a sedici anni di reclusione per associazione mafiosa.

Undici anni è durato l’iter del processo che si è concluso oggi. Era il 2002 quando il pm Francesco Polino, della Dda di Roma, firmò le prime richieste cautelari contro il clan Gallace-Novella di Anzio e Nettuno. Un percorso giudiziario che ha visto prima rimbalzare il fascicolo tra la capitale e Catanzaro – tribunale competente per la città di origine della Cosca, Guardavalle – per poi finire, dopo una decisione della Cassazione, davanti ai giudici di Velletri. Sette anni di udienze di primo grado, per arrivare a un verdetto storico: per la prima volta in provincia di Roma un gruppo di ‘ndrangheta viene riconosciuto con una sentenza – per ora di primo grado – di condanna per associazione mafiosa. Con al centro una cosca partita dalla zona ionica della Calabria negli anni ’70, ma che ha messo radici profonde a Nettuno, unico comune sciolto per mafia nel Lazio. Una sentenza, quella di oggi, che dimostra come la Calabria, la Lombardia e il Lazio siano un unicum territoriale per la ‘ndrangheta, capace di infiltrarsi silenziosamente e velocemente anche nei territori non tradizionali.

Le indagini iniziali del Ros di Roma – che portarono a novantaquattro arresti nel 2004 – si sono arricchite e alimentate durante il dibattimento con i riscontri arrivati dall’inchiesta “Infinito” della Dda di Milano. Il trait d’union tra i due fascicoli è il clan Gallace, cresciuto negli anni ’90 tra Nettuno e la Lombardia, mantenendo nel contempo un forte controllo sul territorio della zona ionica della Calabria. Fondamentale è stata la testimonianza di Antonino Belnome, affiliato che due anni fa aveva deciso di iniziare a collaborare. Nella requisitoria il Pm Polino ha richiamato diverse volte la sua deposizione dell’ottobre del 2011, soprattutto per evidenziare come la cosca Gallace continuasse – anche in epoca recente – a controllare gli affari criminali nelle zone di influenza. “All’interno delle indagini iniziali di questo processo – ha spiegato il pubblico ministero – si trovano i riscontri delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia”, che hanno reso solida l’imputazione di associazione per delinquere di stampo mafioso. In molte intercettazioni ambientali ammesse nel corso del dibattimento appaiono poi chiari i riferimenti alle regole tipiche delle associazioni di ‘ndrangheta e al sistema di intimidazione che il clan Gallace ha mantenuto nella sua espansione nel Lazio e in Lombardia. Se in Calabria l’attività principale della cosca era l’estorsione, nel litorale romano gli affiliati si occupavano soprattutto di traffico di stupefacenti, con contatti attivi in America Latina.

Durante il lungo dibattimento del processo “Appia” sono iniziati ad apparire i contrasti tra la famiglia dei Gallace e Carmelo Novella, detto “Nuzzo”, il boss ucciso nel 2008 in un bar di San Vittore Olona, in provincia di Milano. Per quell’omicidio il 4 febbraio scorso è stato condannato all’ergastolo, come mandante, Vincenzo Gallace, il principale imputato del processo che si è concluso oggi a Velletri. Secondo la ricostruzione della Direzione distrettuale antimafia di Roma, è lo stesso Vincenzo Gallace ad essere il punto di riferimento centrale nella diramazione laziale della cosca.Antonino Belnome, davanti alla sezione penale di Velletri, ha ricordato, ad esempio, come il nome di Vincenzo Gallace fosse inserito nella sua “copiata di sgarrista”, il particolare codice di riconoscimento utilizzato nella ‘ndrangheta con l’elenco dei nomi del “capo-società”, del “contabile” e del “mastro di giornata o del crimine”. Non una semplice associazione criminale, dunque, ma una vera locale di ‘ndrangheta. A pochi chilometri dalla capitale.