La palla passa al Senato. A cinque giorni dalla “catastrofe default”, come l’ha chiamata il segretario al Tesoro Jack Lew, la discussione per risolvere la crisi fiscale americana si sposta al Senato. Harry Reid e Mitch McConnell, rispettivamente capogruppo democratico e repubblicano (nella foto), si sono incontrati sabato nel tentativo di trovare un accordo in extremis e continueranno a negoziare per tutto il week-end. Ma le ultime ore hanno portato alla rottura definitiva tra Barack Obama e lo speaker repubblicano della Camera, John Boehner, oltre all’approfondirsi delle tensioni tra repubblicani moderati e conservatori e tra quelli del Senato e della Camera. A testimoniare la violenza dello scontro e la confusione che regna a Washington, c’è stata anche una scazzottata tra un deputato democratico, Joseph Crowley, e un assistente parlamentare repubblicano. 

L’apertura del tavolo di negoziato al Senato tra Reid e McConnell, due politici di lungo corso che si conoscono e frequentano da decenni, è davvero l’ultima spiaggia per una politica americana che rare volte nel passato si è dimostrata così divisa, rissosa, incapace di trovare un compromesso. I colloqui tra Reid e Mitchell, appena iniziati e sponsorizzati da Barack Obama, hanno già incontrato un primo alt. I repubblicani hanno infatti presentato un piano elaborato dalla senatrice Susan Collins, moderata che ha spesso fatto da “ponte” tra i due schieramenti, che è stato respinto dai democratici. Il piano della Collins prevedeva di innalzare il tetto del debito sino al 31 gennaio, finanziare le agenzie del governo federale per altri sei mesi, mantenendo però la clausola del cosiddetto sequester, cioè i tagli automatici alla spesa decisi nel 2011; previsti dalla Collins alcuni aggiustamenti “minori” alla riforma sanitaria di Obama, come per esempio il rinvio di due anni per la tassa sui dispositivi medici. 

La proposta ha ricevuto subito il secco no dei democratici, che temono le conseguenze recessive del sequester sull’economia, ma non avrebbe avuto alcuna possibilità di passare alla Camera, dominata dai repubblicani più conservatori che vedono come fumo negli occhi lo sforzo di mediazione dei loro compagni di partito del Senato. Nelle ultime ore è scoppiato in modo sempre più evidente il conflitto tra le diverse anime repubblicane: quella del Senato, più moderata e aperta al compromesso, vicina alle preoccupazioni del grande business per il protrarsi della crisi fiscale e per le conseguenze che il default potrebbe avere sulla fragile ripresa americana; e quella della Camera, ispirata a un maggiore rigore – furore – ideologico, attenta alle pulsioni e alle richieste di una base pronta ad andare alla guerra contro Obama, incurante dei sondaggi che danno il GOP in picchiata perché considerato il grande responsabile di questa crisi. Un assaggio degli umori di questi repubblicani è venuto ieri, quando Glenn Beck, anchorman tra i più fieri sostenitori del pensiero conservatore, ha guidato una manifestazione del Tea Party davanti al Campidoglio per chiedere ai repubblicani di non mollare. 

Questa parte di repubblicani duri e puri ha del resto consumato ieri la rottura definitiva col presidente Obama. Dopo alcuni contatti preliminari e un certo ottimismo da entrambe le parti, ieri lo speaker John Boehner ha avvertito i suoi compagni che le trattative con la Casa Bianca erano naufragate; ragion per cui i negoziati passavano al Senato. Ciò che ha fatto precipitare la situazione è stata la proposta dei repubblicani della Camera di innalzare il tetto del debito sino al 22 novembre e intanto continuare a trattare. La proposta è stata giudicata irricevibile da Obama, perché riaprirebbe il “dramma del debito” a pochi giorni da Thanksgiving e dall’inizio della stagione dello shopping natalizio. L’atteggiamento di Obama ha mandato su tutte le furie molti repubblicani, che hanno interpretato l’intransigenza come alterigia e senso di superiorità, caratteristiche spesso affibbiate dai conservatori a Obama. “Si comporta come se fosse un presidente reale”, ha detto il deputato texano John Carter. 

Mentre la politica non riesce a trovare l’accordo, nel Paese si approfondisce il disagio per lo shutdown del governo federale, giunto ormai al 13esimo giorno – e che ha lasciato a casa senza stipendio circa 800 mila lavoratori. Alcuni parchi nazionali potrebbero essere riaperti grazie ai fondi messi a disposizione non dal governo ma dai singoli Stati; la chiusura dei parchi stava del resto deprimendo all’eccesso il turismo. Le conseguenze più tragiche della serrata si stanno però sperimentando nel settore della salute. I National Institutes of Health, il centro di ricerca più grande al mondo, hanno lasciato a casa almeno due terzi dello staff medico e in questo periodo non accettano nuovi pazienti e non fanno partire i protocolli di cura. Ciò significa che almeno 200 pazienti alla settimana non sono ammessi alle cure. Trenta di questi sono bambini, e almeno dieci soffrono di cancro. Le loro immagini stanno in queste ore facendo il giro delle televisioni nazionali.