Iran, la caccia ai segnali Starlink è diventata un’ossessione per il regime
C’è un silenzio innaturale che avvolge le strade di Teheran in questo maggio del 2026, un silenzio che non ha nulla a che vedere con la pace ma che somiglia piuttosto a un vuoto pneumatico. È il risultato di un isolamento digitale che dura ormai da oltre dieci settimane, una disconnessione chirurgica dai server globali che ha trasformato l’intero Iran in una gigantesca scatola nera, impenetrabile agli sguardi esterni.
In questo scenario di oscuramento totale, la tecnologia Starlink, che fino a poco tempo fa rappresentava l’ultima flebile speranza per l’informazione libera e il contatto con il resto del mondo, si è trasformata in una condanna a morte. Ciò che nell’ottobre del 2025 appariva come l’ennesimo inasprimento burocratico per il controllo del web, oggi si è palesato nella sua forma più brutale e sanguinaria: il rumore sordo dei patiboli che si aprono all’alba e le grida soffocate nelle stanze degli interrogatori. Il quadro normativo del Paese è precipitato drasticamente dopo la ratifica della legge sull’inasprimento delle pene per lo spionaggio e la cooperazione con il “nemico straniero”, un dispositivo giuridico che dietro un linguaggio tecnico e fumoso nasconde una realtà inequivocabile.
L’uso di dispositivi satellitari non autorizzati è stato ufficialmente equiparato all’alto tradimento. Per le autorità di sicurezza, una piccola parabola installata su un tetto non è più un semplice accessorio tecnologico o un mezzo per guardare video proibiti, ma un’arma di spionaggio, un ponte radio diretto con le centrali dell’intelligence occidentale. In un Paese che ha già registrato l’agghiacciante cifra di oltre 1.500 esecuzioni tra il 2024 e il 2025, il confine tra il diritto fondamentale all’informazione e il braccio della morte si è fatto invisibile, trasformando ogni cittadino connesso in un potenziale bersaglio.
La ferocia di questa nuova norma lacera quotidianamente il tessuto civile, e il caso di Hesam Alaeddin è diventato l’emblema doloroso di questa deriva senza ritorno. Hesam, un uomo di 40 anni la cui famiglia è storicamente legata al celebre centro commerciale Alaeddin di Teheran — da decenni cuore pulsante del mercato tecnologico iraniano, è rimasto stritolato in una spirale di violenza che toglie il fiato.
La sua vicenda non inizia con un atto di spionaggio, ma con un gesto di profonda umanità: si era recato in un ospedale della capitale per seguire le condizioni di salute del fratello Hamid, colpito dal fuoco delle forze di sicurezza durante le violente proteste che hanno infiammato le piazze nei mesi precedenti. Proprio tra le corsie dell’ospedale, gli agenti del regime hanno sequestrato i suoi dispositivi elettronici, probabilmente tracciati attraverso i nuovi sistemi di monitoraggio del segnale satellitare. Quando Hesam, una settimana dopo, ha trovato il coraggio di presentarsi presso gli uffici competenti per chiederne la restituzione e avere notizie del fratello, la macchina repressiva è scattata implacabile.
Non è stato portato in una prigione ufficiale, ma trascinato con la forza nella sua abitazione per una perquisizione che si è trasformata in un’esecuzione sommaria tra le mura domestiche. Fonti vicine alla famiglia, con la voce rotta dal terrore, riferiscono che Hesam è stato barbaramente picchiato con oggetti contundenti davanti ai suoi effetti personali, morendo sul colpo per le ferite riportate.
Ma l’orrore del regime non ha limiti: per decine di giorni, le autorità hanno orchestrato una macabra farsa mediatico-giudiziaria, occultando il decesso e continuando a trattare l’uomo come se fosse un detenuto ancora in vita e sotto interrogatorio. Solo pochi giorni fa è arrivata la gelida comunicazione ufficiale: i parenti sono stati convocati unicamente per ritirare un cadavere che recava segni di torture incompatibili con qualsiasi versione di morte naturale. La sepoltura è avvenuta in segreto, sotto la vigilanza stretta dei guardiani della rivoluzione, nel disperato tentativo di cancellare non solo la sua esistenza, ma anche le prove di un crimine che urla vendetta.
Mentre il mondo osserva spesso con distrazione la neutralità della tecnologia, a Teheran la connettività è diventata l’ultima frontiera della resistenza civile. La caccia ai segnali Starlink è diventata un’ossessione per il regime, che utilizza droni e sistemi di radiolocalizzazione per individuare le abitazioni da cui partono i segnali verso la costellazione di satelliti. Trasformare un modem in un corpo di reato passibile di morte è il segnale di una disperazione autoritaria che ha perso ogni residuo di umanità e che teme la verità più di ogni altra cosa.
In questo maggio di sangue, la lotta per un segnale non riguarda la comodità, ma il diritto fondamentale a non essere cancellati dalla storia e a testimoniare che, nonostante il buio digitale, c’è ancora chi si rifiuta di piegare la testa di fronte al boia.