Non c’è accordo sul tetto del debito. Quello che c’è, al momento, è un cambiamento di tono, lo stemperarsi delle polemiche, gli appelli a trovare l’intesa. I repubblicani ieri sera, una ventina di deputati guidati dallo speaker della Camera John Boehner, sono andati alla Casa Bianca a incontrare Barack Obama e ne sono usciti spiegando di aver avuto una “conversazione utile e produttiva”. Da parte sua, il presidente ha detto che “l’incontro è stato positivo”. Entrambe le parti hanno convenuto sulla necessità di continuare nei negoziati, anche se nulla pare al momento deciso. Non c’è una data sul possibile voto della Camera sull’innalzamento del tetto del debito. Non sono chiari i contorni del taglio alle spese chiesto dai repubblicani. Non si sa, soprattutto, quando le agenzie del governo federale vedranno ripristinati i finanziamenti che consentono di operare.

L’incontro tra Obama e i repubblicani è arrivato al termine di una nuova giornata politica molto tesa, in cui i segni d’intesa e il ritorno allo stallo si sono susseguiti ora dopo ora, mentre il segretario al Tesoro Jack Lew avvertiva ancora una volta che il default sarebbe un evento “catastrofico” e tale da creare “una situazione di crisi finanziaria e di recessione simile se non peggiore a quella del 2008”. In serata, prima di recarsi all’incontro alla Casa Bianca, era emersa la proposta dei repubblicani: innalzare temporaneamente il tetto del debito, sino al 20 novembre, e intanto proseguire nei negoziati per arrivare a un accordo più complessivo che tenesse conto delle loro richieste di riduzione della spesa pubblica. Obama, attraverso il suo portavoce Jay Carney, aveva fatto sapere di considerare “positivamente” la proposta, ma anche di preferire un accordo di più lunga durata rispetto alle sei settimane proposte dai repubblicani.

Alla fine l’intesa non c’è stata. Sulla strada del sì definitivo restano infatti una serie di scogli di cui al momento non si intravvede il superamento. Da un lato i repubblicani si sono detti d’accordo sull’innalzamento temporaneo del tetto del debito, ma non hanno offerto soluzioni per risolvere lo shutdown del governo federale. Obama vuole invece che ci sia un voto chiaro su riapertura del governo e innalzamento del tetto del debito, per iniziare poi i negoziati. Entrambe le parti sono del resto frenate da timori, dubbi, calcoli politici e speranze elettorali che ritardano il voto. Da un lato Obama ha pochissimo interesse ad acconsentire a negoziati che potrebbero rivelarsi lunghi, estenuanti e politicamente pericolosi; il presidente non è infatti disponibile a dare il via libera alla imponente riduzione di deficit e debito chiesta dagli avversari politici. Dall’altro lato, i repubblicani non vogliono acconsentire alle richieste di Obama senza avere prima assicurazioni sui tagli alla spesa, e lo speaker Boehner fatica a tenere insieme un partito diviso e rissoso. Già in tre recenti occasioni – fiscal cliff, aiuti per le popolazioni colpite dall’uragano Sandy e voto sul “Violence Against Women Act” – Boehner si è accordato con i democratici contro il parere della maggioranza del suo partito; e non può ripetere l’esperienza anche in occasione di questo voto del budget.

Su tutta la vicenda continua comunque a pesare proprio la situazione interna, le tensioni, gli interessi contrapposti nel partito repubblicano. L’offerta di Boehner sulle sei settimane di innalzamento del debito è stato un modo per far uscire il partito dalla situazione di serio isolamento e di crisi. In questi giorni di serrata del governo federale, e di possibile default, è emersa per esempio in modo chiaro l’insoddisfazione di molti settori del mondo degli affari e dell’industria nei confronti della strategia repubblicana. Molti dei membri di maggior spicco di Wall Street e del Business Roundtable, il gruppo che raggruppa i vertici delle maggiori società Usa – dalla Boeing alla Exxon, da Mastercard a Honeywell, da JPMorgan ad American Express – hanno spinto su democratici e repubblicani per arrivare a un accordo. La risposta da parte repubblicana è stata negativa e ha raffreddato una relazione – quella tra G.O.P. e grandi corporation – che dura da decenni e che si è sempre nutrita di identica fiducia nelle virtù della deregulation e delle tasse il più basse possibili.

Questa battaglia sul budget ha però mostrato in modo abbastanza chiaro al mondo del grande business Usa che l’attuale partito repubblicano è sempre più prigioniero di pulsioni e gruppi ferocemente anti-establishment – il Tea Party anzitutto – che lo conducono verso posizioni lontane dal conservatorismo classico e moderato. Joe Echevarria, numero uno di Deloitte, multinazionale della consulenza e revisione, ha spiegato “di essere un repubblicano per definizione e per registrazione, ma il partito sembra spaccato in due fazioni e l’estrema destra ha almeno 90 seggi alla Camera”. Gli ha fatto eco David Core, alla guida di Honeywell, secondo cui “è chiaro che è la fazione all’interno del partito repubblicano che sta causando tutti questi problemi”.

Alla fine il malessere è esploso pubblicamente e ha portato a una prima concreta presa di posizione: e cioè la minaccia di tagliare i finanziamenti in occasione delle prossime elezioni di midterm 2014. “C’è chiaramente della gente all’interno del partito repubblicano per cui gli interessi del mondo degli affari e del lavoro non sembrano essere una priorità”, ha spiegato Dan Danner della National Federation of Independent Business, lasciando intendere che i rubinetti dei finanziamenti potrebbero presto chiudersi. L’avviso ha immediatamente condotto una buona parte dei repubblicani a più miti consigli. “Dobbiamo cominciare a preoccuparci del Paese”, ha spiegato Randy Neugebauer, un repubblicano del Texas vicino al Tea Party ma anche collettore di vasti finanziamenti da Wall Street, ora possibilista circa un accordo per evitare il default.

Oltre alle pressioni del mondo del business, hanno contato nella mano tesa di Boehner a Obama anche gli orientamenti dell’opinione pubblica, che ha da subito interpretato la lotta sul budget come l’ennesimo episodio di squallida politica partigiana di Washington e ne ha scaricato la responsabilità addosso ai repubblicani. Il risultato è stato imbarazzante, e preoccupante, per i repubblicani. Un sondaggio Gallup pubblicato mercoledì mostra che oggi soltanto il 28 per cento degli americani ha “un’opinione favorevole” del G.O.P. Si tratta di un risultato modesto, il peggiore per un partito da quando la Gallup cominciò a fare questo tipo di indagine, nel 1992. Il rapido crollo di consensi presso un’opinione pubblica esasperata dalla continua instabilità politica ed economica ha portato molti della leadership repubblicana ad attenuare le richieste e spingere per una mediazione. Sempre mercoledì due articoli scritti dal capogruppo repubblicano alla Camera Eric Cantor e dall’ex-candidato alla vice-presidenza Paul Ryan ribadivano l’intenzione di negoziare con Obama, ma non facevano alcun cenno all’odiata riforma sanitaria che è stata per settimane al centro degli strali dei conservatori Usa.