Lo scontro sul budget continua. E migliaia di lavoratori americani restano a casa senza stipendio. Non è servito a molto l’incontro organizzato da Barack Obama nello Studio Ovale della Casa Bianca. Il presidente ha convocato Harry Reid e Nancy Pelosi per i democratici (rispettivamente capogruppo di Senato e Camera, nella foto) e John Boehner e Mitch McConnell per i repubblicani (speaker della Camera e capogruppo al Senato). Dopo un’ora e mezzo di discussione i quattro sono tornati al Congresso senza un accordo. Le posizioni restano lontane. Obama dice che non tratterà sulla sanità e vuole che il governo riapra i battenti prima di qualsiasi negoziato su possibili tagli alla spesa. I repubblicani chiedono che la discussione sul budget sia comunque legata alla revisione della riforma sanitaria.  

E’ un presidente che si è detto “esasperato”, in un’intervista a CNBC, quello che ha convocato alla Casa Bianca i leader del Congresso. “Penso di essere piuttosto conosciuto per la mia calma – ha detto Obama nell’intervista -. Talvolta la gente mi rimprovera di essere persino troppo calmo. Ma ora sono esasperato, sì, esasperato, perché quello cui stiamo assistendo è completamente inutile”. Oltre che esasperato, Obama deve essere anche parecchio preoccupato. Per seguire l’evolvere della crisi fiscale, il presidente ha cancellato una visita di Stato nelle Filippine e in Malesia. E ha appunto chiesto di vedere i leader del Congresso, cui ha ribadito che, senza il rifinanziamento del governo e l’innalzamento del tetto del debito (il default è previsto, secondo il segretario al Tesoro Jack Lew, per il 17 ottobre), gli Stati Uniti rischiano di precipitare in una nuova crisi economica. 

L’incontro alla Casa Bianca, spiegano fonti vicine al presidente, è però servito soprattutto a una cosa: ribadire che non c’è alcuna possibilità di trattativa sulla sanità. Il presidente, raccontano i suoi collaboratori, è disponibile a discutere con i repubblicani del budget; è pronto a trovare nuovi modi per tagliare la spesa (soprattutto Medicare e Medicaid) e arrivare a un’ulteriore riduzione delle tasse. Non è però disposto a far entrare nella trattativa la riforma sanitaria, su cui ritiene gli americani si siano dichiarati dandogli la vittoria alle presidenziali 2012. I repubblicani non vogliono invece saperne di discutere del budget se “non si discute anche l’equità dell’Obamacare”, ha spiegato lo speaker Boehner uscendo dall’incontro. Fatto confermato da Harry Reid: “Non c’è niente da fare, tutto ruota attorno all’Obamacare. I repubblicani hanno preso di mira l’Obamacare, come un tempo il Social Security o il Medicare”. 

Mentre non si intravvede l’uscita dal tunnel – secondo alcuni la serrata del governo potrebbe durare sino a metà ottobre – Obama nelle prossime ore parlerà ancora per chiedere al Congresso di votare la legge di finanziamento. Nel tentativo di aumentare la pressione sui repubblicani, il presidente ha incontrato alla Casa Bianca Lloyd Blankfein, CEO di Goldman Sachs, e altri leader della comunità di Wall Street. Il segretario al Tesoro Jacob Lew si è invece visto con i membri del Business Roundtable, che raggruppa alcune delle maggiori corporation del Paese. La richiesta è stata la stessa: chiedete ai repubblicani di finanziare il governo federale e poi alzare il tetto del debito.

Il problema è che, a questo punto, anche un’eventuale entrata in campo di Wall Street e del grande business rischia di ottenere poco. Il partito repubblicano appare sull’orlo di una vera e propria “crisi di sistema”, ciò che allontana l’accordo, e lo speaker Boehner è impegnato a tenere insieme i suoi. Alla Camera ci sarebbero una ventina di deputati repubblicani pronti a votare con i democratici per mettere fine allo shutdown. Boehner dovrebbe quindi, molto semplicemente, portare la legge sul rifinanziamento in aula. Non lo fa perché pressato dalla destra del partito, un centinaio di deputati legati al Tea Party, al mondo dei think tank conservatori e dei talk show radiofonici, che ha fatto di questa battaglia il simbolo dell’opposizione a Obama. Questo mondo guarda con sospetto a Boehner. Qualsiasi mossa di compromesso dello speaker significherebbe il caos totale per il G.O.P. e la fine certa della sua carriera politica.

Intanto ieri, per il secondo giorno consecutivo, molti servizi del governo Usa sono rimasti chiusi. La serrata ha interessato ancora una volta i parchi nazionali, la FDA che gestisce le ispezioni alimentari, i programmi educativi e alimentari per i bambini più poveri (l’Head Start Program), i musei, lo zoo nazionale, l’Ufficio delle tasse, gli archivi di Stato, molti dei siti web delle agenzie federali, oltre a un numero imprecisato di altri servizi (non ha per esempio funzionato il centralino della Casa Bianca). Il proprietario di un hotel di Tusayan, il Red Feather Lodge, ha offerto 25 mila dollari per tenere aperto il Grand Canyon. E il direttore della National Intelligence, James R. Clapper, ha spiegato che la serrata federale avrà conseguenze importanti anche sul lavoro dei servizi di intelligence Usa: il 70% degli impiegati civili dei servizi è infatti a casa. Lo shutdown è diventato anche, prevedibilmente, fonte di ispirazione e battute per molti degli show televisivi serali. Jon Stewart, nel suo “The Daily Show”, ha preso in giro l’ossessione dei repubblicani per la riforma sanitaria di Obama, spiegando ironicamente che questa ha fatto più danni “della schiavitù, delle leggi di Norimberga, dell’Inquisizione spagnola e dello ius primae noctis”.  

Per cercare di parare il crescente malcontento popolare, sta intanto prendendo piede l’iniziativa di deputati e senatori che hanno deciso di donare o rifiutare il loro salario durante tutta la durata dello shutdown. Sino a mercoledì sera erano 103 i lawmakers – 56 repubblicani e 47 democratici – che avevano deciso di rinunciare allo stipendio in segno di solidarietà con gli impiegati federali lasciati a casa (ogni anno un membro del Congresso guadagna 174 mila dollari). Tra chi ha fatto questa scelta ci sono nomi importanti: lo speaker Boehner (che percepisce 223.500 dollari all’anno) e altri repubblicani di primo piano come Ted Cruz, Eric Cantor, Tom Coburn, Lindsay Graham e Orrin Hatch; nella lista dei democratici compaiono Sherrod Brown, Joaquin Castro, Dianne Feinstein e il capogruppo al Senato Harry Reid (193.400 dollari all’anno). All’iniziativa, per ora, non hanno aderito né il presidente Obama (400 mila dollari annui) né il vice-presidente Joe Biden (230.700 dollari).