Alla fine ci sono riusciti: gli stipendi dei deputati regionali siciliani sono salvi. A niente è valso il decreto Monti che obbligava tutte le Regioni a tagliare gli stipendi entro la fine del 2013. La Sicilia però, si sa, è una Regione a statuto speciale, che gode di una particolare autonomia. Soprattutto quando in ballo ci sono un bel po’ di euro. E se la Sicilia è una Regione autonoma, potevano i deputati regionali rinunciare all’autonomia della loro busta paga? Ovviamente no. Dopo mesi di impasse, l’apposita commissione regionale per la spending review ha varato la legge che modificherà le buste paghe dei parlamentari.

Una modifica obbligatoria, che però nei fatti mantiene nelle tasche dei parlamentari siciliani un gruzzoletto ampiamente superiore a quello percepito dai loro colleghi delle altre regioni. È proprio su questo nodo che, alcuni giorni fa, il deputato siciliano del Pd Antonello Cracolici si era polemicamente dimesso dalla presidenza della commissione. “Io – ha attaccato Cracolici – volevo che i nostri stipendi fossero uguali a quelli degli altri colleghi, ma qualcuno voleva traccheggiare, l’autonomia non può essere confusa con il privilegio”.

E invece appena una settimana dopo è andata proprio così: ancora una volta l’Autonomia della Sicilia ha fatto da scudo ai privilegi dorati dei parlamentari. E lo stipendio dei deputati, invece di essere abbassato a undicimila euro lordi al mese, si fermerà a quota quattordicimila. In più, l’Assemblea Regionale Siciliana manterrà l’equiparazione con i regimi economici del Senato. Un privilegio che risale addirittura ad una legge regionale del 1965, promulgata per salvaguardare l’autonomia e il prestigio del Parlamento regionale siciliano. Quarantotto anni dopo quella norma serve soprattutto per salvare gli stipendi dei parlamentari dal decreto Monti stipulato dalla conferenza tra Stato e Regioni, che a questo punto verrà applicato ovunque, ma non in Sicilia, dove i deputati regionali continueranno a guadagnare di più, molto di più, rispetto ai colleghi delle altre zone. “Non molto di più in realtà, gli uffici stanno facendo i calcoli” spiega Riccardo Savona, colui che aveva provocato le dimissioni del suo predecessore Cracolici presentando il disegno di legge che equipara l’Ars a Palazzo Madama, subito approvato dagli altri parlamentari, che non hanno perso tempo ad eleggerlo nuovo presidente della commissione per i tagli agli stipendi.

“Hanno messo una volpe nel pollaio” ha scherzato il deputato democratico Davide Faraone. Savona è il fondatore del Movimento Popolare Siciliano, piccolo partito vicino al Movimento per l’Autonomia di Raffaele Lombardo, che nell’ultima legislatura ha incassato 750mila euro di fondi per il funzionamento del gruppo parlamentare. Alle nuove elezioni, però, per evitare il probabile flop dovuto allo sbarramento, il deputato siciliano non si è ricandidato con la sua lista, preferendo tornare a Palazzo dei Normanni con Grande Sud di Gianfranco Micciché: una volta rieletto, è subito migrato a sostenere la maggioranza di Rosario Crocetta. “Se la risposta della commissione all’elezione del suo presidente è stato Savona, era facile immaginarsi il resto. E il resto, infatti, è stata una farsa – hanno attaccato i parlamentari del Movimento Cinque Stelle – si doveva usare l’accetta e si è ricorso al tagliaunghie, con tagli minimi che lasciano nell’isola gli stipendi più consistenti di tutte le altre regioni d’Italia e che faranno additare la Sicilia ancora una volta come modello da evitare”.

Come dire che in Sicilia il modello Gattopardo sopravvive sempre, anche quando da Roma arriva l’ordine di diminuire gli stipendi dei parlamentari : tagliare tutto, per non tagliare niente.

Twitter: @pipitone87