La crisi di governo non cambia le scadenze della politica economica, ma può rivoluzionare le scelte necessarie per rispettare i saldi di bilancio concordati con l’Europa. Da martedì è già scattato l’aumento di un punto dell’Iva, l’aliquota più alta è passata dal 21 al 22: il governo ha scelto di scaricare la responsabilità del rincaro sul Pdl di Silvio Berlusconi, come sanzione per le dimissioni di massa dei parlamentari. Poi tornerà, almeno in parte l’Imu sulla prima casa, visto che Berlusconi sarà fuori dalla maggioranza e i soldi per compensare l’esenzione non sono mai stati trovati.

Due settimane per fare tutto
Il governo ha tempo fino al 15 ottobre per scrivere la legge di stabilità e spedirla a Bruxelles. Per la prima volta, grazie alle regole note come Two pack, la Commissione europea esaminerà il bilancio triennale dello Stato prima del Parlamento. Letta e il suo ministro del Tesoro Fabrizio Saccomanni sono consapevoli che il passaggio è delicato: il premier sa che senza un governo con pieni poteri il negoziato con Bruxelles rischia di essere un disastro. La Commissione farà le sue osservazioni, soprattutto sulle coperture, poi toccherà a palazzo Chigi e al Tesoro (oltre che al ministro per gli Affari europei Enzo Moavero) difendere le proprie scelte a Bruxelles. Un esecutivo in carica solo per gli affari correnti, dopo una sfiducia parlamentare, sarebbe debolissimo.

La manovra rimandata
È meno urgente, invece, la manovra da 3 miliardi circa per portare il deficit 2013 dal 3,1 per cento del Pil al 3, in linea con le soglie europee. C’è tempo fino a dicembre, ma visto che i soldi andranno trovati nel bilancio 2013 si tratterà di un intervento di sole tasse, o con aumenti di acconti (Irpef, Ires, Irap) o di accise, un salasso inevitabile.

La questione Iva
Il ministro Saccomanni, d’accordo con Letta, non si è rimesso a cercare il miliardo di euro che sarebbe servito per evitare l’aumento dell’Iva. Discorso diverso per il 2014: l’incremento di aliquota è indicato a bilancio come strutturale, cioè destinato a rimanere per sempre. La legge di stabilità dovrebbe essere l’occasione per rivedere però almeno i “panieri”, cioè per spostare qualche bene di consumo nelle fasce ad aliquota ridotta.

Sull’Imu si riapre tutto
Ora che Berlusconi è fuori, si risolve il principale problema contabile per Saccomanni (o suoi eventuali successori): l’Imu sulla prima casa. Il governo non aveva mai indicato dove trovare i 2,4 miliardi di euro necessari per evitare il pagamento della rata di dicembre. E anche le coperture per la prima rata di giugno da 2 miliardi sono sempre più evanescenti (i 600 milioni del condono per le slot machine in contenzioso col fisco, per esempio, non ci sono). Morale: è quasi certo che sull’Imu cambierà tutto. Pd e Scelta Civica (ma anche Sel) sono favorevoli a conservare l’esenzione per i redditi bassi, ma sicuramente la lista delle case a cui si applicherà ancora l’Imu si allungherà parecchio. Con inevitabili ripercussioni sulla Service Tax che dovrebbe entrare in vigore dal 2014, sempre centrata sulla casa.

Un bilancio minimalista
Al Tesoro stanno già ragionando su come affrontare il caos che potrebbe seguire a una sfiducia di Letta in Parlamento. L’idea è di scrivere una legge di stabilità minimalista, con il solo obiettivo di evitare che lo Stato finisca in esercizio provvisorio (cioè scavalli il 31 dicembre senza aver approvato i conti per l’anno seguente), lasciando poi le scelte vere di politica economica al prossimo esecutivo. Incluso il taglio del cuneo fiscale (cioè delle imposte pagate dai lavoratori in busta paga) per 3-4 miliardi che Letta aveva più volte annunciato.

Il sistema è questo: le leggi di Stabilità sono su base triennale, quindi il governo Monti a fine 2012 ha impostato interventi per gli anni 2013,2014 e 2015. A Letta toccherebbe fissare le direttrici per 2014-2015-2016. Ma se non avrà il consenso politico per farlo, può scrivere una legge di stabilità che sia semplicemente una copia di quella di Monti, priva di interventi strutturali politicamente delicati. Basta proiettare avanti di un anno ancora i numeri e le tendenze ereditate dal Professore della Bocconi. Una soluzione passiva che evita conseguenze peggiori e che sarebbe approvata anche da un Parlamento spaccato e in piena campagna elettorale. Confermando così la cifra stilistica del governo Letta: non risolvere oggi il problema che puoi rinviare a domani.

da Il Fatto Quotidiano del 29 settembre 2013 

(Aggiornato da Redazione web il 2 ottobre 2013)