La legge sull’aborto? In Lombardia continua a non essere applicata fino in fondo. Colpa dell’elevato numero di medici obiettori. Più di due ginecologi su tre, infatti, non eseguono interruzioni volontarie di gravidanza e in ben undici ospedali su 63 fa obiezione di coscienza il 100 per cento dei ginecologi. Ecco l’eredità di quasi vent’anni di governo di Roberto Formigoni, con la sanità che è diventata un feudo di Comunione e liberazione.

“Nella nostra regione la legge 194 è disattesa”, denuncia Sara Valmaggi, esponente del Pd e vicepresidente del consiglio regionale. Lo dimostrano i dati sul numero di obiettori di coscienza fra ginecologi, anestesisti e paramedici, che il partito democratico ha raccolto in ogni presidio ospedaliero (file con i dai ospedale per ospedale). Numeri riferiti al 2012 che provano le difficoltà delle donne a vedersi riconosciuti i diritti che la legge sull’aborto garantisce loro. In Lombardia sceglie l’obiezione di coscienza il 67,8 per cento dei ginecologi. Un dato poco al di sotto della media nazionale, pari al 69,3 per cento nel 2010, secondo gli ultimi dati diffusi dal ministero della Salute. La Lombardia, insomma, non è la regione messa peggio, considerando le punte toccate da Basilicata (85,2 per cento), Campania (83,9), Molise (85,7) e Sicilia (80,6).  

Ma il caso lombardo (guarda il pdf con i dati), secondo Valmaggi, è particolarmente grave per “una situazione a macchia di leopardo”. Sui 63 presidi ospedalieri che hanno un reparto di ginecologia e ostetricia, in ben 11 tutti i ginecologi sono obiettori: succede a Treviglio, Montichiari, Iseo, Gavardo, Oglio Po, Cuggiono, Melzo, Broni, Chiavenna, Gallarate e al Bassini di Cinisello Balsamo. In altri 12 ospedali il numero di ginecologi obiettori va dall’80 al 99 per cento. La situazione è migliore a Milano, dove in strutture come Buzzi, San Carlo, Sacco e Mangiagalli i ginecologi che obiettano sono meno della metà. Al di fuori del capoluogo lombardo, invece, la percentuale di obiettori sale al 76%.

A obiettare non sono solo i ginecologi. Non partecipa infatti a interventi di interruzione volontaria di gravidanza anche il 49,8 per cento degli anestesisti e il 38,9 per cento del personale non medico. Una scelta, quella dell’obiezione, su cui molto spesso influiscono anche ragioni di opportunità, legate alle possibilità di carriera e agli assetti di potere negli ospedali . Una situazione che non sembra essere cambiata con la fine del dominio formigoniano, visto che il Pd in regione ha dovuto chiedere i dati a ogni singolo ospedale, dopo avere ricevuto dal nuovo assessore alla Salute Mario Mantovani delle informazioni lacunose: “Questa reticenza mi fa pensare che non sia cambiato nulla”, accusa Valmaggi.

La mancanza in diverse strutture di medici disponibili a eseguire interventi di interruzione volontaria di gravidanza pesa anche sulle casse pubbliche, dal momento che gli ospedali sono spesso costretti a ricorrere ai cosiddetti ‘gettonisti’, ovvero liberi professionisti pagati a prestazione: nel 2012 in Lombardia la spesa per il personale esterno è stata di 305mila euro. Per superare le difficoltà sulla strada della piena applicazione della legge 194, Valmaggi propone azioni di carattere amministrativo che introducano processi di mobilità per i medici non obiettori e modalità di reclutamento tali da favorire la loro entrata in ruolo.

Al tema delle obiezioni di coscienza va aggiunta poi la difficoltà per le donne di accedere ai metodi alternativi agli interventi chirurgici: in Lombardia avviene con la pillola RU486 solo il 2 per cento degli aborti. Una percentuale molto più bassa che in altre regioni dell’Italia centro-settentrionale: in Liguria le interruzioni di gravidanza con RU486 sono il 21,1 per cento del totale, in Emilia Romagna il 15,9, in Piemonte il 13,3, in Toscana il 9,3.

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