Il settimanale Panorama (tosto rilanciato da Il Giornale con sincronico gioco di squadra) ha elencato, con foto di gusto segnaletico, 26 magistrati “toghe rosse” che negli ultimi 20 anni “hanno messo sotto accusa Berlusconi e i suoi più stretti collaboratori”, facendo “uso politico della giustizia”. Quella delle “toghe rosse” – il Fatto Quotidiano se ne è già occupato – è una favola che non regge alla prova dei fatti. Ma le “liste di proscrizione” (in questi termini si sono espressi molti commentatori, a partire dalla Associazione nazionale magistrati) sono ben più di una favola. Perciò conviene parlarne.

Innanzitutto perché nell’elenco figura un magistrato, Gabriele Chelazzi, morto nel 2003 praticamente “sul pezzo”, mentre era impegnato allo spasimo in un’inchiesta di straordinaria incisività sullo stragismo mafioso del ’93. Tutti gli italiani per bene lo ricordano, senza retorica, come idealmente avvolto nel tricolore per i servizi resi al nostro Paese. Calpestare la sua memoria non è ammissibile.

Tanto premesso, devo dire che anch’io figuro nella lista: e se qualcuno si volesse acrobaticamente aggrappare a un mini-conflitto di interesse, faccia pure. In verità non è la prima volta che ricevo un simile “privilegio”. Già nel 1994 l’Italia settimanale (diretto da Marcello Veneziani) mi aveva infilato in una grottesca lista di proscrizione con altri magistrati antimafia o di Tangentopoli. Come si vede, mettere all’indice i magistrati “scomodi” è storia vecchia. Storia che fin dall’inizio andrebbe riferita al quadro che lo storico Salvatore Lupo (su Questione giustizia 3/2002) delinea: “Già nella campagna elettorale del 1994, partì un attacco, che allora nell’opinione pubblica nessuno accettava, alla legge sui pentiti” e vi fu un “assalto della magistratura quando la magistratura era sulla cresta dell’onda”.

Se fosse stato soltanto un problema di consenso – sostiene ancora Lupo – nessun uomo politico avrebbe azzardato queste operazioni. Furono dunque operazioni “per il futuro”. Un futuro, all’evidenza, che arriva fino ai giorni nostri. Ma è la stessa ventennale continuità dei fatti a dimostrare come le polemiche di oggi (liste di proscrizione incluse) sulle “toghe rosse” che da anni perseguiterebbero il Cavaliere siano un pretesto: per far ingoiare il rospo della rivendicazione di impunità (che rischia di collocare il nostro Paese in un’orbita premoderna) rispetto a una condanna definitiva confermata in tre gradi giudizio. Si perpetua – e le “toghe rosse” sono una trovata per distogliere l’attenzione dalla sostanza delle accuse – una delle maggiori anomalie italiane del ventennio: il rifiuto del processo e la sua gestione come momento di scontro per contestarne in radice la legittimità e gli esiti. Una sorta di impropria riedizione (con la variante che lo praticano “pezzi” di Stato anziché sue antitesi) del cosiddetto “processo di rottura” ideato dall’avvocato Vergès scomparso pochi giorni fa.

Per tornare alle liste di proscrizione, è troppo facile (ma è necessario) ricordare anche quelle – ovviamente ben più truci e immensamente più grevi in quanto gravide di micidiali concrete conseguenze – stilate dai gruppi eversivi di ieri e di oggi e dalle organizzazioni mafiose. Le ricordo soprattutto perché molti dei magistrati citati da Panorama vivono da anni sotto scorte anche pesanti: perciò meritano rispetto (pur nella critica, sempre possibile) e non quella “radicale, definitiva condanna di quanto non si voglia riconoscere o accettare” che è appunto la miglior definizione di proscrizione (Devoto-Oli). Infine, la debolezza delle tesi di fondo che hanno portato alla compilazione della lista di Panorama si può anche evincere dai calcoli che il settimanale dice di aver effettuato. Ma francamente non si capisce in base a quale criterio si sia concentrata l’attenzione su 26 soggetti, mentre è risaputo che dei processi relativi a Silvio Berlusconi si è dovuto occupare ben più di un centinaio di magistrati. E – si badi bene – certamente dei più diversi orientamenti culturali.

Mentre l’articolo di Panorama, coltivando la favola delle “toghe rosse”, deve per forza mettere nel mirino delle polemiche un numero infinitamente ridotto di soggetti, estratti dal mazzo per un preteso comune orientamento culturale che avrebbe portato a una stagione di “persecuzioni”: là dove si è trattato invece del doveroso dispiegarsi del principio di obbligatorietà dell’azione penale e di un controllo di legalità diffuso, senza una qualche proterva strategia. A parte l’eterogeneità delle 26 figure elencate, spesso diversissime fra loro e talora persino incompatibili. Un altro monumentale “difetto” di queste strumentali liste di proscrizione.

Dal Fatto Quotidiano del 25 agosto 2013