L’incontro che tutti gli osservatori attendevano è giunto al terzo giorno del processo contro il deposto leader cinese Bo Xilai. In aula nella Corte intermedia di Jinan c’è stato il faccia a faccia tra l’ex numero uno Partito nella città di Chongqing e colui che un tempo fu suo fidato alleato nella lotta contro le triadi, Wang Lijun. Il dibattimento ha riguardato la terza delle accuse contro il 64enne Bo, abuso di potere, che si accompagna a quelle di corruzione e appropriazione indebita, l’unica per cui ammette una qualche responsabilità: il non essere stato attento ai 5 milioni di yuan (610mila euro circa) in fondi pubblici finiti a disposizione della moglie Gu Kailai, “la matta”, la “debole”, le cui accuse contro di lui sono frutto delle pressioni subite dagli inquirenti.  

A febbraio dell’anno scorso fu la fuga di Wang al consolato statunitense di Chegndu ad avviare la successione di eventi che portarono al più grande scandalo politico in Cina da decenni e alla caduta del suo capo. Bo era allora uno tra i più popolari politici cinesi. Dal 2007, anno in cui fu spedito alla guida del Pcc a Chongqing – agli occhi di tutti una sede periferica – usò la città come trampolino per la propria carriera politica con richiami alla tradizione maoista e ai vecchi valori comunisti, portando investimenti, con progetti di edilizia popolare e prese di posizione a favore della redistribuzione della ricchezza, dichiarando guerra alla criminalità con una campagna “picchia il nero” considerata a posteriori anche un modo per levarsi di torno possibili avversari.  

La testimonianza di Wang e la difesa di Bo sono servite a ricostruire come si arrivò a quei giorni concitati. Tutto prende le mosse dall’omicidio del faccendiere britannico Neil Heywood, il cui cadavere fu ritrovato il 14 novembre del 2011. Per questo delitto, ad agosto di un anno fa Gu Kailai fu condannata a morte, pena sospesa, di fatto commutata in ergastolo. 

Il 28 gennaio 2012 Wang Lijun avvisò Bo delle indiscrezioni sul coinvolgimento della moglie nell’omicidio. Bo ebbe un primo confronto con Gu che, nel tentativo di dimostrargli la propria innocenza, gli mostrò il certificato di morte dell’uomo, deceduto ufficialmente per un attacco cardiaco. Il giorno dopo ci fu un nuovo confronto tra il politico e il super-poliziotto che si prese anche uno schiaffo. Passano alcuni giorni e Wang fu estromesso dagli incarichi, fino alla fuga.  

Bo, nel chiamare doppiogiochista il vecchio sodale, ha negato le accuse di aver abusato del proprio potere per sviare le indagini contro la moglie che, secondo quanto emerso, avrebbe agito per paura che il britannico potesse vendicarsi sul figlio della coppia per questioni finanziare che lo legavano alla famiglia Bo. Una preoccupazione, quella di garantire l’incolumità del 25enne Bo Guagua, che sembra essere l’unica in comune oggi tra la coppia.  

Unica concessione del leader deposto alle responsabilità cui lo si vuole inchiodare è l’aver ammesso di aver gestito male la vicenda della fuga di Wang al consolato, facendo errori che hanno avuto ripercussioni su tutto il Paese. Dal canto suo Wang Lijun, condannato a sua volta a 15 anni di carcere per corruzione e diserzione, ha detto di essere lui stesso una vittima dello scandalo e di aver cercato il sostegno Usa perché spaventato, mentre tutti i poliziotti che avevano indagato sul caso Heywood sparivano. 

Ciò che è emerso in aula ricalca in qualche modo le indiscrezioni trapelate in quest’ultimo anno e mezzo sul caso che ha svelato le dispute interne al potere in Cina. Resta il dubbio se anche il processo stia seguendo la trama che alcuni ritengono sia stata data in pasto alla stampa, soprattutto occidentale, in questi mesi.

di Sebastiano Carboni