Che Re Giorgio, come l’ha opportunamente ribattezzato il New York Times, sia l’indiscusso protagonista della politica italiana dell’ultimo quinquennio, è ormai un dato di fatto. Dalle manovre per l’‘abdicazione’ berlusconiana in favore di Monti, fino all’inusitata rielezione per un secondo mandato, l’ottantottenne successore di se stesso, mentre tutto d’intorno gli si sgretola, siede ancora regalmente a scranna. Demiurgo del governo monoparentale (chi più ne ha più ne Letta), l’alacre migliorista ha giusto ieri blindato ‒ dopo propedeutica sfliza di moniti oculatamente distillati ‒ le larghe ed indecenti intese tra i principali responsabili dello sfacelo socio-economico in cui versa, agonizzante, il fu Belpaese. Vorrei tentare una lettura il più possibile pacata dell’atteggiamento del Capo dello Stato, che si basa a mio parere su di un equivoco di fondo, cioè il dogma della stabilità a tutti i costi, quasi che, saltasse l’attuale alleanza di (mal)governo, ci si parerebbe innanzi il baratro. (Per quanto mi riguarda, direi invece che nel baratro ci siamo già belli che ammollati ‒ e che l’unica maniera per uscirne passa semmai per la naturale implosione dell’attuale limaccioso governicchio).

Di tutt’altro avviso Napolitano, trincerato nel più miope immobilismo, rassomiglia a quei generali che, asserragliati nel bunker quando tutto è già perduto, incitano a mantenere la posizione per amore della patria. Ma la patria non c’è più: solo retorica, macerie ‒ e nulla che valga la pena salvare. Perpetuare l’attuale situazione col solo scopo di evitare un non precisato ‘peggio’, facendo finta che il malato sia in via di ripresa, mentre invece è stazionario e terminale, è insensato oltre che vile. Davvero si vuole risollevare la nazione? Allora, coraggio: si epuri la scena politica dal berlusconismo, si apra a un nuovo corso che ci consenta di riemergere dalla palude dell’ultimo fosco ventennio. Se, meritatamente, le istituzioni riescono sempre più indebolite, è perché hanno perso completamente la fiducia dei cittadini, rivelandosi del tutto incapaci a svolgere l’unico ruolo per cui sono state originariamente concepite: garantire prosperità nel diritto. Tale decadenza, inoltre, deriva anzitutto dal fatto che Berlusconi e la sua cricca hanno inteso violentare, snaturare la democrazia piegandola ai propri più subdoli interessi. Se infatti, nelle istituzioni, tutt’ora spadroneggia chi ha congiurato per fiaccarle e sovvertirle, com’è pensabile che esse resistano, dopo vent’anni di programmatica erosione?

Ecco allora che se si ha davvero a cuore l’integrità dello Stato e il recupero della fiducia da parte dei cittadini, c’è una sola cosa da fare: porre fine all’anomalia berlusconiana, all’illegalità come prassi, al privilegio dell’immunità invocato su base plebiscitaria. La sentenza della Cassazione è un’occasione per tutti. Andrebbe difesa, sostenuta, rivendicata. Il Presidente dovrebbe ribadirne con fermezza il contenuto, non certo legittimare i vaneggiamenti di chi la contesta, ricorrendo ad un mellifluo cerchiobottismo conciliatore: “È comprensibile che emergano ‒ soprattutto nell’area del Pdl ‒ turbamento e preoccupazione per la condanna a una pena detentiva di personalità che ha guidato il governo”. No, Presidente: non è affatto “comprensibile”, né la Presidenza della Repubblica dovrebbe dare alcuna forma di legittimità a comportamenti eversivi ed anticostituzionali come quelli emersi dalle file berlusconiane nelle ultime settimane. È stata proprio questa nemmeno troppo velata condiscendenza a produrre la tanto paventata instabilità. Se le istituzioni non si dimostrano ferme, impassibili di fronte alle minacce di un Pregiudicato, come possono essere credibili agli occhi dei cittadini e della comunità internazionale? Se lo Stato medesimo dà prova di essere in balia dei ricatti di un singolo malfattore, fornendogli anzi privilegiata copertura, come può pretendere di essere rispettato? Non è forse chiaro, al Capo dello Stato, che questa continua indecisione, questo continuo barcamenarsi nel dire-non-dicendo, per non compromettere chissà quali equilibri, ha come unico risultato la paralisi politica del paese nonché lo screditamento definitivo della sua classe dirigente?

Il Capo dello Stato dovrebbe essere garante della Costituzione, non del sistema dei partiti, tanto più se l’attività di questi ultimi si è rivelata un continuo, capillare tentativo di sabotaggio della volontà popolare. I partiti, infatti, sono innegabilmente serviti a difendersi dagli elettori e non a rappresentarli. Perché allora fare di tutto per salvarli, quasi che fossero soluzione e non causa stessa del problema?

Non amo le citazioni bibliche, ma dopo l’ultima uscita presidenziale questa mi pare affatto calzante, perché smaschera la grossolana e assai nociva malafede che si nasconde sotto ogni forma di ambiguità: “Dite ‘sì’ quando è ‘sì’ e ‘no’ quando è ‘no’: tutto il resto viene dal maligno”.