L’adesione di Sergio Cofferati all’appello in difesa della Costituzione è convinta. Così come alla manifestazione che si terrà il 5 ottobre promossa da Stefano Rodotà, Maurizio Landini e Gustavo Zagrebelsky. E si carica anche del risvolto politico con la richiesta di andare al voto al più presto cambiando la legge elettorale. Al Pd, invece, stretto in uno scontro interno senza fine, chiede di fissare senza incertezza la data del congresso, di fare primarie aperte non escludendo un possibile sostegno a Matteo Renzi.

Il nostro appello ha già superato le 300mila firme. Lei lo condivide?
È un’iniziativa giusta. Penso, infatti, che nonostante ci sia bisogno di riforme istituzionali anche robuste, sia necessario farle nel momento giusto e seguendo i percorsi di garanzia fissati dalla Costituzione. Quindi il rispetto pieno dell’articolo 138. Nella fase attuale abbiamo il limite oggettivo di un Parlamento, eletto secondo i crismi della democrazia, ma con uno strumento, il Porcellum, che contiene vistosi limiti costituzionali come ha fatto notare la Consulta. Questo pone un problema di opportunità politica. Riforme impegnative e molto consistenti non possono essere affidate a un Parlamento che ha queste storture.

Cosa può e deve fare, allora, il Parlamento?
Penso che dovrebbe essere impegnato sull’unica riforma necessaria che è quella elettorale. In virtù di una nuova legge avremmo un nuovo Parlamento con una maggioranza e un’opposizione meglio definite e quindi anche la dialettica, indispensabile per riforme così importanti, non sarebbe più condizionata dall’anomalia attuale di un centrodestra e un centrosinistra che stanno insieme al governo non perché hanno un progetto comune ma in assenza di alternative.

Quindi occorre andare subito al voto?

Quando il governo è nato dissi pubblicamente che sarebbero state auspicabili due cose: tutelare coloro che sono colpiti dalla recessione e fare la riforma elettorale per tornare a votare. Non ho cambiato idea ma le cose hanno preso una piega diversa. I tempi ipotetici di vita della legislatura si sono progressivamente allungati e delle due priorità, ripresa e legge elettorale, non c’è traccia.

Che giudizio dà delle cose “fatte” dal governo Letta?
Il “fare” non ha prodotto azioni in grado di stimolare gli investimenti e dunque di rovesciare la tendenza negativa che la recessione ci ha scaricato sulle spalle. Per quanto riguarda l’occupazione, il limite vistoso è quello di un’azione rivolta soltanto a favorire l’offerta senza agire sulla domanda. Si possono anche dare vantaggi fiscali alle imprese perché assumano persone ma se quelle imprese non hanno lavoro da fare non succederà nulla.

Che fare invece rispetto alla sentenza su Berlusconi?
Deve valere assolutamente il principio che la legge è uguale per tutti. Punto. È auspicabile che il governo non venga condizionato dalle vicende giudiziarie di Berlusconi. Ma non sarà così. Le avvisaglie ci sono tutte. Per questo occorre affrontare il tema della riforma elettorale per prepararsi al voto.

Qui però è tirato in ballo il suo partito, il Pd. Che fa di tutto per disorientare il proprio elettorato. È riformabile il Pd?
Il Pd è in una fase di sofferenza del tutto evidente e non fa niente per nasconderla. Compresa l’asprezza della discussione interna. L’assemblea di settembre deve dare formalmente il via al congresso e occorre confermare il 24 novembre come data conclusiva con primarie aperte.

Dunque è d’accordo con Renzi?
Sì. Io penso che sia giusto separare la figura del candidato premier da quella del segretario. Però la fonte della legittimazione dell’uno e e dell’altro deve essere la stessa. Il candidato premier, in ogni caso, avrà una platea più ampia perché sarà il candidato di una coalizione.

Senta Cofferati, può succedere che uno con la sua storia e il suo legame al mondo del lavoro al congresso possa sostenere la candidatura di Matteo Renzi?
Sì, è possibile. È già successo. Ma non voglio ora anticipare le scelte che farò. Garantisco solo che ci saranno. Non resterò a guardare.

da Il Fatto Quotidiano dell’11 agosto 2013