“Spiccate attitudini criminali ed una spregiudicatezza unita a capacità di gestire uomini, istituzioni e cose asservendoli a finalità illecite e al proprio tornaconto”. Lo afferma il Tribunale del Riesame di Roma nella motivazione che ha confermato il 13 luglio scorso l’arresto in carcere di monsignor Nunzio Scarano, del broker Giovanni Carenzio e dell’ex agente segreto Giovanni Maria Zito. Sono tutti coinvolti nell’inchiesta sul tentativo di far rientrare in Italia 20 milioni di euro che erano stati illecitamente trasferiti in Svizzera, progetto poi fallito soprattutto a causa del comportamento di Carenzio. Ancor più negativo per il Tribunale il giudizio espresso su monsignor Scarano che viene definito “consumato delinquente” per aver denunciato lo smarrimento di un assegno da 200mila euro, che invece era stato dato all’agente Zito insieme con altri 400mila euro, a titolo di compenso per le spese e il trasferimento in Italia dei 20 milioni di euro. Per questa denuncia Scarano è indagato per calunnia e lo stesso religioso, insieme con gli altri due indagati, è accusato di corruzione.

Nella motivazione il presidente del Tribunale, Filippo Casa, sottolinea come sia particolarmente inquietante la personalità di Scarano attualmente indagato anche a Salerno per violazione delle norme antiriciclaggio. Quanto agli altri due indagati nella motivazione si sottolinea la pericolosità di Zito disponibile “a praticare la scorciatoia dell’illecito per il suo proprio tornaconto personale”. Analogo poi il giudizio su Giovanni Carenzio, il quale “pur avendo garantito la smobilitazione di 41 milioni di euro non si presenta all’appuntamento con Zito per il trasferimento della somma in Italia tradendo così gli accordi presi con i complici pur avendo prelevato dall’istituto bancario il denaro trasferendolo poi ad una sua fiduciaria”. Necessario quindi, secondo il tribunale, mantenere lo stato di detenzione per esigenze cautelari. Secondo il tribunale le esigenze cautelari sono giustificabili perché sussiste la necessità “di mettere a fuoco le vere causali delle mensili cospicue rimesse (20-30 mila euro secondo quanto dichiarato da monsignor Scarano) accreditate dagli armatori Paolo e Cesare D’Amico, committenti dell’operazione di rimpatrio dei 20 milioni di euro, su uno dei due conti intestati a Scarano presso lo Ior e l’esigenza di preservare l’acquisizione di ulteriori necessarie dichiarazioni degli stessi D’Amico, essendo fin troppo reticenti quelle allo stato rese, dall’inverosimile influenza che, per i risalenti rapporti di conoscenza e amicizia intessuti con Scarano e per quelli d’affari intrattenuto con Carenzio dagli indagati, subirebbero”.