Dal 19 luglio 2013 sappiamo per certo che siamo in un sistema di diarchia, che ha poco a che fare con una democrazia parlamentare, targato Napolitano-Berlusconi e gestito da due controfigure o meglio due protesi istituzionali, il presidente del Consiglio e il suo vice, nonché ministro dell’interno e segretario del partito arrivato terzo alle elezioni.

Che il voto sulla sfiducia individuale ad Angelino Alfano ricalcasse pedissequamente il copione del Ventaglio dettato da Giorgio Napolitano non può destare particolare stupore, anche se la disfatta dei potenziali dissidenti in casa Pd ha conclamato la condizione di resa incondizionata più ancora che di sudditanza del partito ai fautori-garanti a oltranza del governo delle larghe intese. 

Il vincitore assoluto è stato Silvio Berlusconi che ha platealmente manifestato la sua soddisfazione per il salvataggio senza riserve dell’eterno delfino, da parte di un Enrico Letta più che mai all’altezza dello zio Gianni, con una standing ovation carica di riconoscenza e di grandi aspettative in vista degli appuntamenti processuali sempre più fitti e spinosi: dalla sentenza Mediaset fino all’indagine barese sulle escort passando per la compravendita dei senatori.

D’altronde il discorso in Senato di Enrico Letta, che ha chiesto e ottenuto una rinnovata e incondizionata fiducia-bis là dove si trattava di un voto per sfiduciare un ministro “individualmente responsabile per gli atti del suo ministero” ex art. 95 Cost., ha in sostanza fatto proprie le sparate temerarie e ridicole di Berlusconi.  

In una intervista al Corriere di qualche giorno fa aveva infatti definito le reazioni a quella che di fatto è stata una extraordinary rendition sotto la regia kazaka “una indegna gazzarra” e aveva additato al pubblico ludibrio come esclusivi responsabili una “burocrazia inamovibile  più 4, dicesi 4 magistrati” mentre “il Viminale era totalmente ignaro come per l’intrusione nella mia vita privata”. E in qualche modo il riferimento a Ruby e alle bufale sulle “cene eleganti” che nello stesso giorno a Milano al processo Ruby-bis gli sono costate l’inclusione insieme ai suoi massimi giureconsulti-difensori nel corposo elenco dei presunti falsi testimoni, è stato pertinente al di là delle intenzioni.

Infatti il Senato che a grande maggioranza ha respinto la mozione di sfiducia per un ministro più che reticente, venuto platealmente meno alla sua responsabilità politica, istituzionale e morale scaricandola in modo subdolo su prefetti e poliziotti, è riuscito ad eguagliare la Camera che aveva avallato la Ruby nipote di Mubarak per sfilare l’inchiesta alla procura di Milano.

Se si sommano gli strappi costituzionali e gli strafalcioni giuridici profusi dalle più alte cariche dello Stato, nell’arco di due giorni, il livello di preoccupazione per lo stato di progressiva dissoluzione dei basilari principi costituzionali e riferimenti giuridici non può che essere massimo, come è stato evidenziato sia da commentatori decisamente non ostili al presidente della Repubblica sia da molti costituzionalisti, tra cui Gustavo Zagrebelsky che ha parlato senza mezzi termini di “stato umiliato” e di finzione a proposito della vita democratica italiana.

Confondere da parte della massima carica dello Stato, nonché garante della Costituzione, la responsabilità oggettiva categoria giuridica non applicabile alla sfera penale, dove vige il principio sacrosanto della responsabilità personale, con la responsabilità politica attribuita individualmente a chi governa dalla Costituzione è grave, sia che derivi da approssimazione sia, ancor di più, dalla volontà di assoluzione a priori.

Impedire a un senatore da parte del presidente del Senato di nominare il presidente della Repubblica, in riferimento al suo ruolo ipertrofico nella blindatura del cosiddetto governo Letta-Alfano, ha reso plastico l’implicito comandamento sottostante al richiamo urbi et orbi di Giorgio Napolitano: non avrai altro presidente al di fuori di me, non avrai altro governo al di fuori di quello Letta-Alfano. A qualsiasi prezzo in termini di degrado istituzionale, discredito internazionale, sgretolamento della società civile e della coesione sociale.