Come ho già riferito un paio di mesi fa, l’Ufficio dell’Alto Commissario per i Diritti Umani dell’Onu ha assunto illegalmente 132 persone, le quali, dal 2006 ad oggi, hanno già percepito circa 160 milioni di dollari in stipendi e benefits, e continuano indisturbate la loro carriera, persino dopo una decisione del 2011 del Tribunale amministrativo Onu che ha inequivocabilmente riconosciuto l’illegalità della situazione.

Per avere tempestivamente denunciato tali illegalità alle autorità interne, oltre ad altri abusi commessi in precedenza da alcuni manager (mobbing nei confronti del personale, abusi verbali a carattere razzista e anti-italiano, illegalità in numerosi altri processi di reclutamento), sono stato vittima di rappresaglie culminate nello scioglimento illegittimo del rapporto che mi legava all’Organizzazione.

Il 12 luglio, questo stesso Ufficio ha emesso un allarmato comunicato a proposito della situazione di Edward Snowden, che ha denunciato i programmi top secret del governo Americano di sorveglianza di massa alla stampa.

Secondo l’Alto Commissario per i Diritti Umani dell’Onu, Signora Navanethem Pillay, “il caso di Snowden ha mostrato la necessità di proteggere le persone che rivelano informazioni su questioni che hanno implicazioni per i diritti umani (…)”, e ancora: “i sistemi giuridici nazionali hanno l’obbligo di assicurare che vi siano canali adeguati per gli individui che rivelano violazioni dei diritti umani affinché possano esprimere le loro preoccupazioni senza paura di subire rappresaglie”.

La Signora Pillay ha citato quanto sostenuto in proposito da Martin Scheinin, Special Rapporteur dell’Onu sulla promozione e protezione dei diritti umani e delle libertà fondamentali nel quadro della lotta contro il terrorismo, ovvero che i whistleblowers (cioè gli individui che denunciano attività illecite o fraudolente commesse all’interno del governo, ente, organizzazione o società per cui lavorano) “dovrebbero in primo luogo essere protetti da rappresaglie giudiziarie e azioni disciplinari, quando rivelano informazione non autorizzata”; ed ha ricordato che tali individui sono peraltro posti sotto la protezione del diritto internazionale dei diritti umani, proprio nella loro qualità di “difensori dei diritti umani”.

Ora, le dichiarazioni dell’Alto Commissario avrebbero oggettivamente maggior forza ed autorevolezza, se l’Ufficio dell’Alto Commissario per i Diritti Umani e le Nazioni Unite nel loro insieme rispettassero, essi per primi, i principi che puntualmente rammentano al governo americano, come peraltro imposto loro dalla stessa regolamentazione Onu in questa materia (la cosiddetta Whistleblower protection policy” delle Nazioni Unite).

Tuttavia, così non è nella pratica, come dimostrano, oltre al mio succitato caso, i numerosi altri portati da alcuni anni a questa parte all’attenzione dell’organizzazione americana Gap (Government Accountability Project), casi che mostrano con grande evidenza la pressoché totale ininfluenza dell’Ufficio di Etica dell’Onu (che pure era stato creato, sempre a spese dei contribuenti, proprio con il compito di proteggere i whistleblowers); e che mettono in luce il clima sistematicamente e sempre più marcatamente repressivo che all’Onu vige nei confronti di coloro che osano denunciare violazioni dei loro diritti, casi di cattiva amministrazione, abusi e sprechi nella gestione di fondi pubblici ed altre violazioni ed illegalità.

L’Onu insomma predica bene, ma razzola male, poiché troppo spesso a pagare sono non coloro che violano le regole, ma al contrario quelli che la legge l’hanno rispettata e difesa. Con la conseguenza per l’Organizzazione di perderci, ogni giorno di più, non solo in credibilità ma anche in efficacia.

C’è da augurarsi dunque che la recentissima presa di posizione dell’Alto Commissario Pillay in materia di protezione dei whistleblowers non resti un vuoto esercizio formale o comunque null’altro che una raccomandazione destinata ai soli terzi, e segni invece l’inizio di un nuovo corso, caratterizzato da una maggiore trasparenza, responsabilità e dal rispetto della legalità proprio in seno all’Ufficio dell’Alto Commissario dei diritti umani.

Al contrario, l’Ufficio, a tutt’oggi, non ha purtroppo risposto alle domande poste dai lettori del mio blog su Il Fatto Quotidiano, in seguito al mio articolo del 3 maggio 2013 relativo al summenzionato processo di reclutamento illegale di 132 funzionari, domande pubblicamente ribadite l’11 luglio scorso dall’Organizzazione UNJustice.

Rispondere alle domande del pubblico sarebbe invece certamente un segnale forte che un nuovo corso sta cominciando davvero.

P.S. UNJustice ha lanciato una petizione su Change.org per chiedere alle Nazioni Unite di proteggere i propri whistleblowers. Potete firmarla cliccando questo link: http://www.change.org/petitions/l-onu-ha-il-dovere-di-proteggere-i-whistleblowers