Il mio primo post ha suscitato vari commenti. Alcuni lettori hanno chiesto di conoscere meglio il mio percorso e gli obiettivi del blog; altri hanno posto domande a riguardo di una decisione del Tribunale amministrativo Onu su un caso da me sollevato, che hanno trovato online. Sono questioni che meritano risposta.

Il mio obiettivo lo ripeto: l’Onu è fondamentale per la pace e il dialogo internazionali. Ma funziona male: vorrei dunque coinvolgere i cittadini nel dibattito su come riformarla, perché l’Onu riguarda tutti noi, non solo gli specialisti.

Quanto a me, io sono, o meglio ero, uno Human Rights OfficerFui selezionato nell’ottobre 1998 dalla Missione di pace delle Nazioni Unite in Angola (Monua). Non erano bei tempi: l’aereo del Capo Missione, con equipaggio e staff, era precipitato il 26 giugno in Costa d’Avorio; il processo di pace era in crisi, e già tuonavano le armi. Il 26 dicembre, un aereo della Monua veniva abbattuto nel centro dell’Angola. Sei giorni dopo, il 2 gennaio 1999, un altro aereo ONU faceva la stessa fine.

A febbraio, il Consiglio di Sicurezza liquidava la Monua, mandando a casa migliaia di caschi blu, osservatori militari, polizia e civili, e un imponente spiegamento di mezzi, e lasciando in Angola solo un ristretto numero di osservatoriTra essi, dodici Human Rights Officers. Io ero uno di loro, e negli anni che seguirono lavorammo con passione in quel paese così difficile e interessante. Il mio impegno mi valse valutazioni professionali che mi ponevano nel «best 2%» dello staff Onu, e un paio di promozioni sul campo.

Nel 2004, mi fu proposto un incarico a Ginevra, all’Ufficio dell’Alto Commissario per i Diritti Umani delle Nazioni Unite (Ohchr),per occuparmi dei diritti umani in Repubblica Democratica del Congo. Ma l’atmosfera al Palais Wilson, antica sede della Società delle Nazioni, era ben diversa da quella che avevo conosciuto nella Divisione dei Diritti Umani della Monua. Fin dai primi mesi fui oggetto di mobbing da parte dell’allora mia capoufficio, fondato su una speciale antipatia da lei mostrata verso gli italiani. Quando la situazione peggiorò, informai le autorità interne. Non fui minimamente protetto, anzi cominciarono le rappresaglie, finché fui costretto a migrare verso un’altra sezione.

Nel febbraio 2006, l’Ohchr intraprese un imponente programma di assunzioni: 132 ambitissimi posti regolari. Purtroppo però, era tutto illegale, come venni con mia grande sorpresa ad appurare. Scrissi all’allora Alta Commissaria, invano. Informai l’Ufficio di Controllo Interno, l’Ombudsman, l’Unità d’ispezione congiuntaUn collega venne a dirmi che «non avevo futuro perché parlavo troppo»… e il mio contratto non fu rinnovato. Chiesi protezione all’Ufficio di Etica. Tempo perso. Ero ormai un ex Human Rights Officer.

Cinque anni dopo, nel 2011, a seguito di un difficile processo da me promosso, il Tribunale amministrativo Onu ha accertato l’illegalità delle assunzioni nonché la persecuzione ai miei danni. La sentenza è definitiva, ma i 132 funzionari illegalmente assunti sono sempre a Ginevra, e io che ho rispettato e chiesto il rispetto delle regole rimango nella lista nera, come denuncia UNJustice.

Non era mio intento riferire vicende personali: ho scelto tuttavia di farlo per trasparenza verso i lettori, e perché la mia storia trascende la mia sfera personale, riflettendo concrete situazioni che potranno forse un giorno cessare solo se portate alla pubblica attenzione.

Dal 2006 ad oggi sono stati spesi illegalmente almeno 150 milioni di dollari, soldi pubblici naturalmente. L’aver scritto anche alla nuova Alta Commissaria, nel frattempo subentrata alla prima, a nulla è servito. E la manna continua a cadere, al ritmo di circa due milioni di dollari in più ogni mese.

A vantaggio dei soliti pochi, a spese e danno di tutti gli altri.