Negli uffici della Direzione distrettuale antimafia di Milano oggi si ragiona così: se le indagini non riescono a colpire i colletti bianchi della ‘ndrangheta e se gli elementi raccolti non permettono di creare un profilo penale di concorso esterno per politici, uomini dello Stato, professionisti e imprenditori, allora molto meglio utilizzare lo strumento delle misure di prevenzione chiedendo al tribunale competente l’applicazione della sorveglianza speciale. Il ragionamento dei pubblici ministeri, che in questi anni si sono ritrovati in prima fila nella battaglia giudiziaria contro le cosche calabresi, da qualche mese rappresenta, nei fatti, la nuova strada imboccata dalla Procura. Obiettivo primario: colpire la cosiddetta zona grigia, grazie a uno strumento giuridico che permette ampi margini di manovra perché regolato solo dall’indizio e non dalla prova. Ecco, allora, che molti di quei personaggi sfuggiti alle ultime inchieste, ora si ritrovano sulle spalle sentenze (quasi tutte di primo grado e dunque, va detto, non definitive) che confermano i loro rapporti con la ‘ndrangheta, l’attualità di questi contatti e la pericolosità sociale.

E così nel mirino dei pm Paolo Storari e Alessandra Dolci finiscono politici ed ex colonnelli dei carabinieri, commercialisti e imprenditori. C’è, ad esempio, Pasquale Marando, classe ’53 di Grotteria. Del piccolo centro calabrese Marando è stato anche vice-sindaco. Politico e uomo della politica, nella sentenza del tribunale Misure di prevenzione, Marando viene descritto in contatto con Carlo Antonio Chiriaco, ex direttore sanitario dell’Asl di Pavia, condannato per concorso esterno e per i suoi rapporti con i boss della ‘ndrangheta e con i vertici della politica lombarda. Con lui Marando discute di voti. C’è di più: mentre, secondo i giudici, partecipa alle vicende della locale di Cormano capeggiata da Pietro Francesco Panetta, contemporaneamente ricopre la carica di revisore dei conti della Provincia di Milano, all’epoca in cui a palazzo Isimbardi siede Filippo Penati. Quella di Marando è una nomina di maggioranza, targata centrosinistra. Mentre sul fronte opposto, quello del Pdl, lavora Pietro Pilello, calabrese, già in contatto con Cosimo Barranca, il capo della ‘ndrangheta milanese.

Pasquale Marando è, a tutti gli effetti, un uomo del Partito democratico. In politica, riassumono i giudici, ci sta da 35 anni. In passato sarà consulente dell’ex sottosegretario Sisino Zito, il cui fratello, Antonio Zito, nel 1992, da consigliere regionale della Calabria, viene coinvolto nelle indagini della procura di Palmi sui rapporti tra politica, ‘ndrangheta e massoneria. Ma Pasquale Marando lavorerà anche con l’ex ministro delle Finanze Rino Formica. Nel 2006, poi, con la casacca del centrosinistra si candida alle comunali di Milano.

Pasquale Marando finirà indagato nell’inchiesta Infinito. L’accusa è secca: associazione mafiosa. L’indagine, però, non riesce a chiudere il cerchio. E questo nonostante diversi elementi. Uno su tutti: la sua partecipazione a un summit politico-mafioso apparecchiato ai tavoli del ristorante La Masseria di Cisliano. Il luogo, ritiene la Procura, rappresenta una delle principali basi operative della cosca Valle. Il 23 maggio 2009 qui si ritrova il gotha della ‘ndrangheta lombarda. Obiettivo: entrare nelle amministrazioni locali. Si discute della candidatura di Leonardo Valle al consiglio comunale di Cologno Monzese. Marando è presente. Tanto basta ai pm per chiedere la misura della sorveglianza speciale. Richiesta accordata con una sentenza di primo grado.

Dal Partito democratico a Sinistra e libertà, il copione resta identico. Cambiano, invece, i protagonisti. Non più Marando, ma Francesco Simeti, il cui nome compare più volte nell’inchiesta Infinito. I magistrati legano le sue vicende al superboss di Bollate Vincenzo Mandalari. Siamo nel 2009. All’epoca, Simeti è un consigliere comunale e un dirigente di Ianomi, società che si occupa dell’acqua pubblica. Grazie a Simeti, ragionano i giudici, Mandalari fa assumere un suo parente in Ianomi. Ed è sempre facendo leva sui buoni uffici del politico, che il padrino della ‘ndrangheta mette in piedi il progetto di costruirsi un partito. Si legge nell’ordinanza d’arresto del 2010: “Mandalari vuole costituire una lista civica destinata a competere alle elezioni comunali di Bollate (…) . La strategia portata avanti da Mandalari e Simeti è la seguente: far cadere la giunta comunale (…) e presentare un proprio candidato sindaco (…). Mandalari vuole che la nuova amministrazione favorisca i suoi interessi imprenditoriali affidandogli lavori”. In virtù di questo quadro, i pm della Dda hanno chiesto al tribunale l’applicazione della sorveglianza speciale. Alla base dell’iniziativa non ci sono solo i trascorsi di Simeti, che, va detto, non sarà mai indagato, ma anche il rischio che ancora oggi possa intrattenere rapporti con esponenti delle cosche.

Chi, invece, si ritrova sulle spalle una sentenza definitiva è Giuseppe Nardone, ex colonnello dei Carabinieri, che finirà indagato (ma mai rinviato a giudizio) nell’indagine milanese Redux-Caposaldo. Per lui il tribunale ha disposto la sorveglianza speciale per tre anni. Alla base di questa decisione ci sono i suoi rapporti con Paolo Martino, emissario milanese della cosca De Stefano e Davide Flachi, figlio di Giuseppe, boss incontrastato dei quartieri Affori-Comasina. In particolare, Nardone, attraverso la sua società di sicurezza, entra in contatto con la multinazionale Tnt. Segnalato ai vertici di Tnt da una società olandese, l’ex colonnello si presenta come “risolutore di problemi”. Tnt, infatti, ha la necessità di mandare via alcuni padroncini. Nardone, sostiene la Procura, porterà dentro Tnt i vertici della ‘ndrangheta lombarda. Da un lato la cosca Flachi e dall’altra i rappresentanti dei clan di Africo.

E poi ci sono i professionisti che ben si prestano a sostenere gli affari dei boss. I commercialisti, ad esempio. C’è Filippo Cammalleri che, ricostruiscono i giudici della misure di prevenzione, diventerà socio al 50% della Gestioni immobiliare Marilena, che “può essere considerata la cassaforte del sodalizio mafioso”. Nel 2008, il boss Fortunato Valle chiama Cammalleri perché vuole aumentare il capitale sociale dell’azienda. Il commercialista ascolta le disposizioni. Fatto paradossale, visto che socio al 50% è lui e non Valle.

Stessa professione per Giovanni Santoro, anche lui sottoposto alla sorveglianza speciale. Il suo nome è legato alle vicende delle cosche di Africo descritte nell’indagini Caposaldo. Ragionano i giudici: “Santoro, presso il proprio ufficio, ospita la sede legale di società riconducibili alla realtà delinquenziale associata, venuta alla luce nell’ambito del procedimento penale, e utilizzate per penetrare nel mercato dei trasporti, in particolare attraverso i rapporti con la Tnt”. E ancora: “Santoro è pienamente consapevole del fatto che soci e amministratori delle società sono dei meri prestanome”. Ed “è altrettanto consapevole del fatto che alcuni dei reali soci entrano a far parte delle società sotto la simulata veste di dipendenti”. Insomma, il suo ruolo è quello del professionista “incaricato di gestire le società farlocche e sporche”.

Politici, carabinieri, professionisti. E anche imprenditori. Quelli alla “milanese” che non si fanno problemi a intrattenere rapporti con la ‘ndrangheta. Obiettivo: guadagnare. Succede ad Alessandro Gasparri, per il quale il tribunale ha disposto la sospensione di sei mesi dalla carica di ad della società Royal srl. Alla base di questa decisione ci sono i rapporti con Davide Flachi. L’alleanza, per i giudici, è sostanziosa: da un lato il figlio dei boss ha in mano la gestione dei videopoker in decine di bar di Milano. Dall’altro Gasparri fornisce le macchinette. Si legge in sentenza: “La gestione della sala giochi sita a Milano in via Fontanelli n. 9 costituisce un’ evidente riprova dello stretto legame esistente tra Davide Flachi e la Royal srl”.