La “talpa” ha un nome. E un viso, emozioni, motivi. Quelli di Edward Snowden, 29 anni, ex- assistente tecnico della CIA, ora alle dipendenze della Booz Allen Hamilton, una società che lavora per la National Security Agency (NSA). E’ stato Snowden a rivelare al mondo i programmi di intercettazioni di milioni di americani gestiti dalla NSA con il benestare della Casa Bianca e del Dipartimento di Giustizia. La rivelazione è ancora una volta del quotidiano inglese “The Guardian” – che con il “Washington Post” ha per primo raccontato la storia che ha causato gravissimo imbarazzo all’amministrazione di Barack Obama. Snowden, che si trova da alcuni giorni in un hotel di Hong Kong, ha chiesto personalmente al “Guardian” di rivelare la sua identità. In un’intervista video con il quotidiano, ha spiegato: “Non ho alcuna intenzione di nascondermi, perché non ho fatto niente di male”.

Nel video che accompagna l’articolo – anche questo di Glenn Greenwald, il blogger/giornalista/avvocato cui va gran parte del merito dello scoop – il giovane racconta la sua storia e le ragioni che lo hanno condotto a diventare un whistlebower, una “talpa” appunto. Nato in North Carolina, cresciuto in Maryland (non lontano dalla sede centrale della National Security Agency), Snowden non riesce neppure a concludere gli studi superiori. Nel 2003 si arruola nell’esercito americano per diventare parte delle Special Forces e combattere in Iraq: “Sentivo un obbligo, in quanto essere umano, di liberare quel popolo dall’oppressione”. Già il periodo di addestramento gli rivela comunque un quadro ben diverso. “Molti di quelli che ci addestravano sembravano esaltarsi all’idea di uccidere gli arabi, non all’idea di aiutarli”, dice. Un incidente a entrambe le gambe lo costringe a ritirarsi dall’esercito prima di partire per l’Iraq.

Dopo un breve periodo di lavoro come guardia proprio alla National Security Agency, Snowden entra alla CIA, dove scopre e mette a frutto straordinarie capacità tecnico-informatiche. Lavora nell’IT dell’agenzia da Ginevra, con responsabilità che riguardano la gestione dei sistemi di sicurezza della rete dei computer – ciò che lo mette a contatto diretto con un numero vastissimo di dossier e informazioni riservate. Gli anni alla CIA di Ginevra rappresentano un’ulteriore fase di disillusione. E’ in quel periodo che Snowden, per la prima volta, pensa di rivelare alcuni dei segreti in suo possesso, in modo da svelare al mondo pratiche e strumenti illegali del suo governo. Non lo fa soprattutto per due motivi. Da un lato, gran parte dei segreti della CIA riguardano persone “e non macchine e sistemi”, e rischiano dunque di danneggiare i singoli. In secondo luogo, l’elezione di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti gli dà la speranza che qualcosa possa davvero cambiare.

L’illusione dura molto poco. Obama continua nelle politiche di controllo e lesione dei diritti e delle libertà civili del suo predecessore. La lezione che il giovane ne trae è che “non puoi aspettare che qualcun altro agisca. Io cercavo dei leader, ma soltanto allora capii che la leadership sta nell’essere il primo ad agire”. Nel 2009, Snowden lascia la CIA e comincia a lavorare in Giappone per Booz Allen Hamilton, colosso delle consulenze high-tech, società beneficiaria di diversi contratti da parte del Dipartimento alla Difesa (tra i suoi ex-manager c’è anche l’attuale direttore dell’intelligence nazionale, James Clapper). E’ la gestione dei sistemi di controllo e intercettazione della National Security Agency che diventano l’oggetto del suo lavoro quotidiano: ciò che oggi Snowden descrive come “l’intenzione da parte della NSA di conoscere e controllare ogni conversazione e ogni forma di comportamento al mondo”. Preoccupato da ciò che vede – una rete di controlli sulle comunicazioni di milioni di americani, indiscriminatamente e senza alcuna ragione di sicurezza – terrorizzato per le conseguenze di queste pratiche sulla libertà di pensiero e creazione in Rete, Snowden matura sempre di più il desiderio di svelare la “minaccia esistenziale alla democrazia” del governo americano.

Il piano prende concretamente il via tre settimane fa. Nella sede della NSA delle Hawaii dove lavora da qualche tempo, Snowden fa le ultime fotocopie dei documenti che intende rendere pubblici. Annuncia al suo responsabile che ha bisogno di alcune settimane di pausa per curarsi dell’epilessia di cui, ormai da alcuni anni, soffre. Quindi avverte della sua assenza anche la fidanzata – che, considerato il suo lavoro, è abituata alle improvvise partenze di Edward. Compra un biglietto per Hong Kong, dove atterra il 20 maggio. Da allora si chiude in albergo. Da qui trasferisce gli ultimi documenti ai giornalisti di cui si fida. Da qui assiste all’esplosione planetaria dello scandalo, alle reazioni indignate del governo americano, ma anche alla preoccupazione che le pratiche di controllo della NSA sollevano in tutto il mondo. Edward consuma tutti i suoi pasti in camera. Esce solo tre volte dall’albergo, certo che l’intero sistema della sicurezza USA sta per lanciarsi alla sua ricerca. Quando deve accedere a Internet, indossa un cappuccio rosso e copre anche il computer, in modo che telecamere nascoste non possano identificare le sue passwords. I muri della stanza sono allineati di cuscini, in modo da evitare possibili intercettazioni. Per distrarsi, Snowden guarda la televisione e legge la biografia dell’ex vice-presidente Dick Cheney.

Nell’intervista video al “Guardian”, Snowden – che appare con gli occhiali, una camicia blu e un po’ di barba sul mento, particolarmente capace di articolare il suo pensiero – spiega che la sensazione di essere “sotto osservazione” è, con ogni probabilità, un sentimento che si porterà dietro per tutta la sua vita, “perché ho sfidato l’organizzazione più potente al mondo e perché la CIA si trova dall’altra parte della strada, rispetto al mio albergo, e nei prossimi giorni sarà sicuramente parecchio occupata”. Il giovane dice di sapere che “mi faranno soffrire per le mie azioni… Potrei essere consegnato alla CIA, potrei avere persino delle gang asiatiche al mio inseguimento. Potrei essere catturato da un ‘terzo partito’ e inviato negli Stati Uniti in aereo. Potrei essere preso in custodia dal governo cinese, perché depositario di informazioni utili…” Tutto quello che potrà accadergli è comunque accettabile, se porterà a “rivelare, anche solo per un istante, l’intreccio di leggi segrete e poteri esecutivi irresistibili che governano il mondo che amo”. “Avevo una vita comoda – spiega ancora Snowden -, uno stipendio di 200 mila dollari all’anno, una fidanzata e una famiglia che adoro. Sono disponibile a sacrificare tutto questo perché in coscienza non posso permettere che il governo americano distrugga la privacy su Internet e le libertà più fondamentali per gli uomini nel mondo in nome di questa massiccia macchina di sorveglianza che sta costruendo”.

Quanto al futuro, Snowden spiega di non avere le idee ancora chiare. Ha scelto Hong Kong per “l’impegno inflessibile che qui hanno al rispetto del dissenso politico” e perché ci sono pochi altri posti al mondo in grado di resistere ai diktat del governo USA”. Nelle prossime settimane, potrebbe chiedere asilo politico, “con l’Islanda in cima alla lista”. La sua vita negli Stati Uniti, almeno da libero cittadino, è un affare al momento concluso.