“Se gli italiani sapessero come vengono trattati i testimoni di giustizia, forse ci penserebbero prima di parlare davanti a un magistrato”. Quando indossa il passamontagna per farsi scattare qualche foto per l’intervista, tutta la tensione si concentra nei suoi profondi occhi azzurri. “Studiavo medicina legale e padre Pino Puglisi mi aveva chiesto di assistere alla sua autopsia. Sapeva che l’avrebbero ucciso prima o poi”. Giuseppe Carini è uno dei ragazzi che seguiva i bimbi raccolti per le strade del rione Brancaccio di Palermo dal prete-coraggio ucciso da Cosa nostra nel 1993. Lo incontriamo giovedì sera, ospite di una famiglia di Parma che segretamente gli offre alloggio. “Gente fidata”, assicura lui che per scampare alla mafia ha dovuto cambiare nome, città e da quasi vent’anni è lontano dalla sua Sicilia, senza una famiglia e con un lavoro precario: “Ti sorprende? La riforma che ci garantisca un reinserimento lavorativo la aspettiamo dal 2008”.   

Carini, che oggi ha 43 anni, è il testimone chiave nel processo per l’omicidio di don Puglisi, che il 25 maggio sarà beatificato. Per questo ha una condanna a morte di Cosa Nostra. È stato invitato a parlare a un convegno a Reggio Emilia. Ad accompagnarlo non ci sarà alcuna scorta armata: “Vado lì con la mia auto, dalla cui targa chiunque può risalire al mio nuovo nome, alla residenza. Per questo ho dovuto chiedere questa specie di scorta civica”. La scorta civica si materializza nella casa rifugio di Parma, con l’arrivo di Davide Mattiello, neodeputato, eletto da indipendente nelle liste del Pd, proveniente dalle file di Libera, di cui per anni è stato dirigente.

Il programma “Salvagente” della rete antimafia di don Luigi Ciotti prevede infatti degli “accompagnamenti” simbolici per tutti quei testimoni lasciati soli dallo Stato. “Abbiamo deciso di stare accanto a queste persone che rappresentano l’eresia di chi fa i nomi. In questo Paese chi denuncia la paga molto cara”, spiega Mattiello, unico deputato Pd insieme a Pippo Civati a non aver votato la fiducia al governo Letta. “Al nuovo esecutivo chiedo che i testimoni di giustizia diventino un bene comune”, dice il parlamentare la mattina a colazione poco prima di uscire per il convegno. Carini scuote la testa davanti alla sua tazza di caffè. In questi anni ha visto tante persone come lui soffrire: “Non raccontare solo di me. Racconta della moglie di uno messo sotto protezione, che adesso è in una clinica psichiatrica per lo stress di questa vita. O di chi non può votare”. È un fiume in piena Giuseppe. Ha fondato assieme ad altri l’Associazione nazionale dei testimoni di giustizia: “L’ultima relazione del Viminale parla di un sistema di protezione al collasso economico. Ci sono persone sotto programma di protezione sfrattate dalla casa perché il ministero non pagava gli affitti”.   

I testimoni sono circa 70 in tutta Italia, alcuni sotto programma, altri, come Giuseppe, usciti dalla stretta protezione, ma comunque costretti a diventare per sempre un’altra persona. Quando si muovono pubblicamente, usando il loro vero nome, questi fantasmi devono sempre avvisare la Prefettura del luogo dove vanno. Che poi il sistema funzioni è un altro discorso. All’arrivo a Reggio Emilia per il convegno, la sicurezza fa acqua da tutte le parti. I poliziotti all’interno dell’aula magna non conoscono il viso della persona da proteggere. Giuseppe, a volto scoperto, arriva con la propria automobile, si identifica e chiede indicazioni: il prefetto cade dalle nuvole. Subito il testimone viene portato in una stanza da cui uscirà con un passamontagna, scortato. “Un piccolo disguido” assicura il prefetto, ma ormai chiunque potrebbe avere identificato Giuseppe. Al ritorno gli agenti lo accompagnano come sarebbe dovuto a un testimone di mafia: “Vado, ho bisogno di una sigaretta, ma devo togliermi il passamontagna per fumare. E poi ricorda: io protesto solo perché non voglio nascondermi, perché voglio testimoniare, mai mi sono pentito di essere andato in Procura quel giorno a fare i nomi dei Graviano”.