Venti linee telefoniche messe sotto controllo tra l’aprile e il maggio 2012. Un numero imprecisato di giornalisti spiati in tre diversi uffici. “Un’intrusione massiccia e senza precedenti” nel lavoro dell’Associated Press, la più grande agenzia di stampa degli Stati Uniti, che ha denunciato l’accaduto e ha puntato il dito contro il Dipartimento di Giustizia. Tra gli spiati ci sono cinque reporter e un caporedattore che avevano lavorato ad un servizio pubblicato il 7 maggio 2012 in cui l’agenzia svelava un’operazione della Cia in Yemen per sventare un attentato terroristico su un aereo diretto negli Stati Uniti il 2 maggio, primo anniversario dell’uccisione di Osama bin Laden. Il Dipartimento, è la tesi dell’Ap, voleva sapere chi aveva rivelato ai reporter i dettagli dell’operazione. E’ l’ultimo episodio della guerra voluta da Barack Obama contro il giornalismo investigativo: dal 2009 sei funzionari del governo che avevano passato informazioni alla stampa sono finiti sotto processo. In precedenza era accaduto solo tre volte in tutta la storia degli Usa. 

L’aria è tesa a Washington, con la Casa Bianca che nei giorni scorsi è finita sotto accusa, sospettata di aver insabbiato la verità sull’attentato che l’11 settembre 2012 a Bengasi costò la vita all’ambasciatore Chris Stevens. La nuova grana per Obama arriva da Gary Pruitt, direttore esecutivo dell’Ap, che ha rivelato lo scandalo. Oltre 20 le linee spiate nei 3 uffici di New York, Hartford e Washington (in cui lavorano circa 100 cronisti), una anche nella sala stampa della Camera. Tra i reporter controllati ci sono Matt Apuzzo, Adam Goldman, Kimberly Dozier, Eileen Sullivan e Alan Fram (Apuzzo e Sullivan nella foto premiati con il premio Pulitzer nel 2012, ndr). Oltre al loro caporedattore, Ted Bridis. I sei avevano raccontato dello sventato attentato in Yemen, facendo infuriare il Dipartimento: pochi giorni prima, infatti, la Casa Bianca aveva smentito la possibilità che “le organizzazioni terroristiche, Al Qaeda inclusa, stiano organizzando un attacco per l’anniversario della morte di bin Laden”. Immediata era scattata l’indagine, nel corso della quale era stato sentito anche il capo della Cia, John Brennan, che in una testimonianza scritta inviata al Senato aveva parlato di “rivelazione non autorizzata e pericolosa di informazioni riservate”.

Secondo la Ap, il governo ha comunicato all’agenzia di aver raccolto dati dalle linee telefoniche, senza spiegare il motivo. La Casa Bianca ha fatto sapere di non essere stata a conoscenza dell’operazione, ma una cosa è certa: il Departement of Justice voleva sapere chi avesse passato le informazioni ai giornalisti. Una vera costante, la caccia ai whistleblowers, gli informatori, nell’era Obama, la cui amministrazione si è dimostrata ossessionata dai cosiddetti leaks, le fughe di notizie. Per scoraggiare le potenziali gole profonde, il governo sta facendo ricorso ad una legge risalente alla Prima guerra mondiale, l’Espionage Act, datata 1917. Sotto Obama la legge è stata applicata in sei casi, quando prima del 2009 era accaduto solo tre volte in tutta la storia degli Usa. L’ultimo è stato quello di John Kiriakou, veterano della Cia, che nel 2007 in un’intervista alla ABC aveva confermato l’uso del waterboarding contro i membri di Al Qaeda e che lo scorso 25 gennaio è stato condannato a 30 mesi di reclusione. 

Emblematico anche il caso di Bradley Manning, militare accusato di aver passato a WikiLeaks decine di migliaia di cablo diplomatici del Dipartimento di Stato e report dell’intelligence mentre era in Iraq. Eppure Prima il 21 gennaio 2009, appena messo piede alla Casa Bianca, Obama aveva firmato due orders of Transparency per promuovere la trasparenza delle sua azione di governo. Il primo, relativo al Freedom of Information Act, recitava: “Il governo non dovrebbe mantenere riservate le informazioni solo perché i funzionari pubblici potrebbero essere imbarazzati dalla loro divulgazione”. Il secondo assicurava: “La mia amministrazione si impegna a creare un livello senza precedenti di trasparenza del governo”.

La realtà è ben diversa. La dottrina dell’amministrazione Obama prevede che non esista il diritto alla segretezza delle fonti nei casi che riguardano le informazioni classificate. Giusto un anno fa, nel maggio 2012, James Risen del New York Times era finito nel mirino del procuratore generale Eric Holder per aver ricevuto da un agente della Cia informazioni su un complotto fallito ai danni del governo iraniano  Risen era stato citato in giudizio per la prima volta nel 2008, dopo aver pubblicato il libro “State of War: La storia segreta della Cia e l’amministrazione Bush”. L’ordine di comparizione era scaduto nel 2009, ma Holder ne aveva autorizzato un secondo, scaduto nel 2010, e poi un terzo nel maggio 2011.