La “questione Bengasi” è una bomba a orologeria pronta a esplodere e a causare un serio imbarazzo politico all’amministrazione Obama. Quasi ogni giorno è ormai segnato da nuove rivelazioni, che mettono in discussione la versione dell’amministrazione e in certi casi fanno sospettare possibili insabbiamenti. Oltre Obama, il vero obiettivo degli attacchi – fomentati con gran clamore dai repubblicani – è probabilmente Hillary Clinton, possibile candidato democratico alle presidenziali 2016 e segretario di stato al momento dell’attacco alla sede consolare in Libia (in cui persero la vita l’ambasciatore J. Christopher Stevens e altri tre americani). L’ultimo colpo di scena nel caso è costituito da una serie di e-mail consegnate dalla Casa Bianca a deputati e senatori e rese pubbliche da Abc News e Weekly Standard. Le e-mail dimostrano una cosa a lungo negata dall’amministrazione. E cioè che i “talking points”, gli argomenti preparati per le apparizioni televisive dell’ambasciatrice Susan Rice, furono a lungo rivisti e rimaneggiati – almeno 12 volte – per arrivare a una versione che sollevasse il più possibile da ogni responsabilità il Dipartimento di Stato retto dalla Clinton.

Per capire meglio quanto successo bisogna tornare alle ore convulse seguite all’attacco alla sede consolare e alla morte dei quattro americani, l’11 settembre 2012. Per placare le critiche dei repubblicani e rispondere ai dubbi dei giornalisti, l’amministrazione Obama decise di mandare in televisione – in cinque tra i più seguiti talk-show della domenica – l’ambasciatrice all’ONU Susan Rice. La Rice, una tra le funzionarie dell’amministrazione più vicine a Obama, offrì una serie di dettagli e informazioni preparati da Cia e Dipartimento di Stato. In particolare, la Rice attribuì le violenze a un moto spontaneo di popolo, in risposta a un video anti-islamico, “Innocence of Muslims”, e non – come invece emerse più tardi – a un attacco premeditato da parte di gruppi di militanti islamici. In tutti questi mesi, l’amministrazione Obama e il Dipartimento di Stato sono sempre rimasti fedeli alla stessa versione: e cioè che non ci fu alcun tentativo di insabbiare la verità e che quanto affermato dalla Rice fu fondato sulle informazioni disponibili in quel momento. Le e-mail diffuse nelle ultime ore sembrano mettere in discussione questa tesi.

I “talking points” della Rice, prima delle apparizioni televisive, furono originariamente scritti dalla Cia. Dopo una prima lettura, Victoria Nuland, del Dipartimento di Stato, chiese di eliminare dal testo ogni riferimento a “almeno cinque attacchi a interessi stranieri a Bengasi”. La Nuland giustificò la richiesta con il timore che la frase potesse essere usata dai membri del Congresso “per attaccare il Dipartimento di Stato per aver sottostimato passati avvertimenti”. Dopo altre richieste di revisione, sparì anche l’accenno, presente nell’originaria versione, a Ansar al-Sharia, un gruppo affiliato ad al-Qaeda. Per giustificare la richiesta, la Nuland scrisse: “Non vogliamo pregiudicare le indagini”. Le e-mail sembrano dunque confermare il tentativo, soprattutto da parte del Dipartimento di Stato, di minimizzare la portata politica dell’attacco a Bengasi per nascondere quello che successive investigazioni hanno rivelato: e cioè, gigantesche falle nell’intelligence e clamorosi errori nella gestione della sicurezza dell’ambasciatore Stevens e degli altri tre americani. L’amministrazione ha sempre replicato accusando i repubblicani per voler “politicizzare” una tragedia. Ancora ieri Jay Carney, il portavoce della Casa Bianca, ha spiegato durante una conferenza stampa che “i tentativi dei repubblicani di trovare qualche verità nascosta sfociano in nulla”. Lo stesso Carney è però stato al centro di un incessante fuoco di fila di domande da parte di giornalisti. Lo scorso novembre aveva affermato che la versione preparata per la Rice dalla Cia non era stata praticamente toccata da Casa Bianca e Dipartimento di Stato.

Dietro tutta la vicenda non si staglia soltanto la battaglia politica tra democratici e repubblicani, ma anche un sotterraneo ed evidentissimo scontro tra settori dell’amministrazione. La Cia, a quanto pare, non ci sta a pagare il prezzo di errori e mancanze che pare debbano essere principalmente addossati al Dipartimento di Stato. Proprio Hillary Clinton, che allora dirigeva il Dipartimento e che si è assunta la responsabilità politica dei fatti, potrebbe dunque risentire maggiormente del “caso Bengasi”. Se venisse confermato il suo sforzo di “insabbiamento”, la sua eventuale candidatura alle presidenziali 2016 sarebbe praticamente bruciato. Un colpo durissimo alla gestione della Clinton è venuta qualche giorno fa anche da Gregory Hicks, numero due in Libia dopo l’ambasciatore Stevens. Di fronte a una Commissione di indagine del Congresso, Hicks ha affermato che “risultò chiaro da subito che l’attacco era stato preparato da terroristi” e di essere stato pesantemente mobbizzato dal circolo della Clinton per aver messo in discussione la verità ufficiale.