Con buona pace degli euroscettici, toccherà proprio all’Europa darci giustizia, vendicarci degli evasori fiscali ed esportatori di capitali, guidarci a caccia del tesoro nascosto nei caveau delle banche, in quella specie di isola dei pirati chiamata Svizzera. Per almeno un anno ci siamo fatti illudere, o schiettamente prendere in giro, dai maghi delle relazioni internazionali che annunciavano “vado in Svizzera, prendo i soldi e torno”. Prima Giulio Tremonti, poi Mario Monti e Vittorio Grilli, Giuliano Amato e Franco Bassanini, e Silvio Berlusconi che ne ha fatto un tormentone elettorale. Alla fine anche i saggi del presidente Giorgio Napolitano hanno messo tra le loro ideone quella di andare a rompere il presunto salvadanaio di Zurigo. Tutte balle. Non c’era alcuna seria ragione per ritenere che le banche svizzere, dopo secoli di prosperità assicurati dall’arte di offrire rifugio ai capitali senza chiederne la provenienza, decidessero di consegnarne spontaneamente una congrua parte ai governi stranieri. Infatti non accadrà. Sarà l’Unione Europea ad attaccare il segreto bancario svizzero, e sarà una vera guerra.

La posta in gioco è enorme. La Svizzera è davvero una specie di grande banca, un gigantesco paradiso fiscale nel cuore del Vecchio Continente. Nella patria del segreto bancario i dati sono custoditi gelosamente, ma stime attendibili ipotizzano che vengano gestiti patrimoni per 4500 miliardi di euro, 2500 dei quali appartenenti a stranieri. La quota di patrimoni riferibili a cittadini europei è attorno agli 800 miliardi, 200 dei quali attribuiti a tedeschi, mentre i capitali italiani sono calcolati tra i 120 e i 200 miliardi. La Svizzera ha 8 milioni di abitanti, l’Italia ne ha 60 milioni. Per avere un’idea delle proporzioni, le due maggiori banche svizzere, Ubs e Credit Suisse, gestiscono in tutto patrimoni pari a sei volte il Pil nazionale, le prime due italiane (Intesa Sanpaolo e Unicredit) arrivano all’incirca a un terzo del prodotto interno lordo.

Il segreto bancario – Il nodo è quello del segreto bancario. Se un italiano (o un tedesco o un americano) porta in Svizzera i suoi soldi, eventualmente frutto di reati o evasione fiscale, è a posto: la sua amministrazione fiscale chiederà notizie a Berna sui soldi depositati in quel paradiso fiscale e sbatterà contro il muro del segreto bancario. Da anni l’Ue fa pressione sulla Svizzera perchè addivenga a più miti consigli, e perché le sue banche facciano come le altre del Continente, per esempio in Italia: se è in corso un accertamento per evasione fiscale, l’Agenzia delle Entrate ha diritto di penetrare i segreti dei conti bancari del soggetto indagato. Per anni l’azione di forza di Bruxelles è stata bloccata dal veto dei due membri dell’Unione più vicini alla cultura del paradiso fiscale, il Lussemburgo e l’Austria, silenziosamente appoggiati dalla maggiore piazza finanziaria continentale, la Gran Bretagna.

Durante la fase di stallo si è sviluppata l’idea degli accordi bilaterali con la Svizzera, caratterizzata da tali e tante sfaccettature particolari da prendere il nome di “schema Rubik”. Lì è nata la grande illusione. La Germania a un certo punto ha firmato un trattato con la Svizzera apparentemente miracoloso: le banche elvetiche mantenevano il segreto bancario, ma si impegnavano ad autodenunciare al fisco di Berlino gli importi depositati da cittadini tedeschi e a fare da sostituto d’imposta, cioè pagare direttamente all’erario tedesco le tasse su quei capitali, in due fasi. Prima una una tantum per il passato pari a un’aliquota tra il 19 e il 34 per cento dei patrimoni, poi una tassa annuale sulle rendite maturate. Si è calcolato che, su 200 miliardi di depositi stimati, al primo colpo la cancelliera Angela Merkel avrebbe incassato un sontuoso bonifico attorno ai 50 miliardi di euro. A quel punto gli italiani hanno cominciato a sognare: andiamo anche noi a Berna a prenderci i nostri soldi. Ha cominciato Giulio Tremonti quando era ministro dell’Economia, poi il governo Monti ha proseguito una serrata trattativa. Anche due seri uomini di potere come Giuliano Amato e Franco Bassanini si sono lasciati andare a un pensoso documento che ipotizzava di andare a Berna a chiedere il 25 per cento dei capitali italiani colà depositati, come andare al Bancomat.

Durante l’ultima campagna elettorale è stato Silvio Berlusconi a fare conti precisi, tipo quelli che spiegano come spenderanno i soldi che vinceranno al Superenalotto la prossima settimana: su 150 miliardi stimati, incasseremo tra i 25 e i 30 miliardi in un colpo solo, poi altri 5 miliardi all’anno. “Facciamo come la Germania!”, era il mantra. In tanto sognare nessuno si è accorto che la Merkel non ha mai incassato un euro, e che quel trattato nel novembre scorso è stato bocciato dal Bundesrat, la camera dei Laender, le Regioni tedesche. La maggioranza socialdemocratica del Bundesrat ha semplicemente eccepito che quell’accordo miracoloso era un regalo agli esportatori di capitali.

Obama contro Ubs – Infatti i sognatori fingevano di non vedere due fatti non trascurabili. Primo: come immaginare che una banca svizzera dove tu hai fiduciosamente nascosto il tuo tesoro un giorno venga e ti annunci che ha deciso unilateralmente di consegnare un quarto o un terzo dei tuoi soldi al fisco italiano? I concreti socialdemocratici tedeschi hanno capito che c’era sotto un imbroglio, consistente nel secondo fatto evidente: siccome il segreto bancario svizzero è da tempo sotto attacco (per esempio Barack Obama nel 2009 ha colpito e affondato l’Ubs, multandola per 780 milioni di dollari e facendosi consegnare i dati di 5 mila evasori americani), succede quasi sempre che quando porti i soldi a Lugano la banca che li accoglie li trasferisce subito a qualche fiduciaria opaca residente in qualche paradiso caraibico.

Oggi, se chiedi alla Svizzera quanti soldi intestati a cittadini italiani tiene nelle sue banche, le autorità di Berna potranno rispondere senza mentire che gliene risultano pochi o punto. Per cui nella migliore delle ipotesi l’accordo Rubik si tradurrebbe in un mini condono a prezzi di saldo. Non a caso, mentre Berlusconi parlava di 30 miliardi facili, lo stesso Tremonti gli ha fatto eco precisando che non sarebbero stati più di due o tre. Infatti da qualche mese non si parla più della serrata trattativa del ministro dell’Economia Vittorio Grilli con la Svizzera. Dopo il voto del Bundesrat che ha affondato l’accordo svizzero-tedesco, c’è stato un altro colpo di scena. Il cancelliere austriaco Werner Faymann, socialdemocratico, si è detto disponibile a togliere il veto. Adesso si balla. Il condottiero dell’assalto prossimo venturo ai forzieri svizzeri dei pirati sarà il commissario Ue per la Fiscalità, il lituano Algirdas Semeta. Ne sentiremo parlare.

I soldi per uscire dalla crisi ci sarebbero. Ma sono in Svizzera, dove gli italiani ultramilionari hanno accumulato conti correnti. Vota il sondaggio:

Da Il Fatto Quotidiano del 29 aprile 2013