Al momento mi trovo in Cina e questo spiega il netto rallentamento della mia frenetica attività di blogger del Fatto. Questa realtà cinese, estremamente complessa ed avvincente, merita ovviamente un’attenzione particolare e ci tornerò in seguito.

Al momento voglio invece dedicarmi alla vicenda italiana che, dalle eco sia pure attutite che qui giungono da quella lontana provincia dell’Impero, mi pare sia al momento strategicamente contrassegnata dalla corsa al Quirinale, che sta assumendo un carattere cronologicamente e logicamente prioritario rispetto sia a un eventuale governo che più in generale agli sviluppi dell’intricata e per certi versi apparentemente inestricabile situazione politica nostrana.

Ciò conferma, sia detto per inciso, ad onta di ogni visione formalisticamente ingenua e riduttiva dei poteri del presidente della Repubblica, il loro carattere invero fondamentale come punto di equilibrio di tutto il sistema istituzionale, vieppiù esaltati in un momento di crisi e transizione come quello che attualmente sta vivendo il nostro Paese.

Che caratteristiche deve quindi avere il nuovo presidente della Repubblica che le Camere, debitamente integrate dalle delegazioni regionali si avviano ad eleggere?

La prima è che gli deve rappresentare una netta cesura e un indispensabile cambio di passo rispetto al deludente settennio di Napolitano. Quest’ultimo, dopo essersi timidamente opposto alla mostruosità politica e giuridica di Berlusconi, ha alfine acconsentito a liberarci da questo, ma solo per riaffermare la propria piena subalternità ai diktat e desiderata della finanza internazionale, regalandoci il catastrofico governo di Monti & C. di cui è stato con ogni evidenza il principale mentore e sponsor. Da ultimo, come giustamente denunciato dal senatore del Pd Corradino Mineo, ha ostacolato il pur generoso tentativo di Bersani cui, con tutti i suoi limiti, va riconosciuta, almeno finora, coerenza e la lucidità di capire che il governissimo sarebbe una disgrazia per il Paese e per il suo partito. Lucidità di cui invece appare del tutto privo il suo antagonista interno, il Fonzie Renzi. Ora Napolitano si spinge a rievocare, del tutto a sproposito fra l’altro, la presunta positività della stagione del 1976 per caldeggiare, in un contesto interno e internazionale totalmente differente, un governo “di larghe intese” con Renzi, a quanto pare, nella parte che fu di Berlinguer e Berlusconi, si suppone, in quella che fu di Moro. In sostanza una riproposizione, in una situazione economica, politica e sociale ancora più deteriorata, del funesto governo Monti. Che Dio, se esiste, ce ne scampi e liberi!

La seconda caratteristica deve consistere in una dirittura morale e in una competenza professionale assolute e unanimente rispettate e riconosciute.

La terza caratteristica deve invece avere ad oggetto una sensibilità comprovata nei confronti dei tre pilastri dello Stato di diritto che vanno salvaguardati e sviluppati, in Italia come altrove:

1. L’equilibrio fra i poteri, con particolare attenzione alla piena tutela dell’autonomia della magistratura che deve essere posta in grado di esercitare nel migliore dei modi le sue funzioni.

2. La democrazia, con il pieno riconoscimento della sovranità popolare, specie nella forme di partecipazione diretta, a partire da quelle di tipo referendario, destinate ad essere ulteriormente esaltate dall’attuale conclamata crisi del sistema dei partiti.

3. I diritti umani, specie nelle loro dimensioni economiche, sociali e culturali, gravemente messi a repentaglio dalla crisi e dalla gestione antipopolare che ne e’ stata operata prima da Berlusconi e poi da Monti. Ma anche nelle dimensioni squisitamente civili che potranno essere garantite solo dalla piena assunzione della laicità dello Stato come valore fondante e imprescindibile della Repubblica.

Da tutti e tre i punti di vista ora menzionati la figura di Stefano Rodotà, giurista insigne che ho la fortuna di conoscere da vari anni, riveste una sua precisa pertinenza. Ben più di un pur abile politicante egli infatti potrebbe contribuire a garantire alla nostra Costituzione repubblicana una nuova stagione di continuità e di rilancio.

Di questo ben dovrebbero essere consapevoli Beppe Grillo e il Movimento Cinque Stelle, che si muovono nella sacrosanta ottica della riappropriazione popolare delle istituzioni, come pure Sel e i settori di gran lunga maggioritari (come dimostrato dall’esito delle primarie romane) del Pd, che rifiutano il mortifero abbraccio con la destra peggiore e l’altrettanto devastante ossequio ai poteri forti.

Rivolgo quindi un appello a tutti i sinceri democratici presenti nel Parlamento italiano e nelle delegazioni regionali destinate ad integrarlo affinché, con l’elezione di Rodotà alla presidenza della Repubblica ci consegnino un futuro realmente innovativo e denso di promesse dal punto di vista istituzionale come da quello sociale.