Il tema della riforma del diritto di cittadinanza non è nuovo nel dibattito politico italiano. Un anno fa la campagna “L’Italia sono anch’io” depositò oltre 100.000 firme a sostegno di legge di iniziativa popolare per la riforma del diritto di cittadinanza e l’introduzione del principio di ius soli nel nostro ordinamento.

Pur dichiarandosi favorevole, l’ex-Ministro Riccardi affermò ripetutamente che, trattandosi di un tema politico, toccava al Parlamento muoversi. Come è accaduto a molte altre leggi di iniziativa popolare, quel testo è ancora fermo, da allora, alla Commissione Giustizia della Camera.

Da allora, anche il Capo dello Stato ha parlato della necessità di dare una risposta a tutti i bambini nati in Italia da genitori stranieri nel suo Discorso di fine anno: “(…) è concepibile che, dopo essere cresciuti ed essersi formati qui, restino stranieri in Italia?”

Perché di questo si tratta. I bambini nati in Italia da genitori stranieri non acquisiscono la cittadinanza italiana, ma quella del paese di origine dei genitori. Anche se in quel paese, a volte, non ci sono mai stati. Sono 590 mila i bambini registrati come stranieri all’anagrafe negli ultimi 10 anni. Potranno richiedere la cittadinanza italiana solo al compimento dei 18 anni e solo se saranno in possesso di tutti i requisiti (complicati e a volte difficili da dimostrare).

Se non lo faranno, torneranno nella categoria “immigrati”, a cui si applicano la Legge Bossi-Fini, i permessi di soggiorno e le norme sull’irregolarità (clandestinità, dice la legge). Un passo indietro che vale come una retrocessione.

Alcune amministrazioni comunali (l’ultima è L’Aquila) hanno deciso di dare la cittadinanza onoraria ai bambini stranieri che risiedono nei loro territori. Ma per andare oltre gli atti simbolici c’è bisogno di una legge. Come ricordano ai parlamentari i promotori de “L’Italia sono anch’io” con una lettera e una petizione online, solo una nuova legge permetterebbe a questi ragazzi “una piena realizzazione sociale e lavorativa”, una completa integrazione nelle comunità che li hanno visti crescere, in cui hanno studiato e sono diventati adulti.

I partiti e movimenti oggi presenti in Parlamento non condividono, com’è ovvio, le stesse idee sul tema. Nessuna posizione ufficiale di Lista Civica e M5S (ma alcune, contrastanti, dichiarazioni ufficiose), decisamente contrari PdL e Lega Nord, favorevoli Pd e Sel. Laura Boldrini, neo Presidente della Camera ed ex-portavoce dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, aveva accettato la candidatura con Sel proprio per lavorare sui temi di cittadinanza e immigrazione. Pierluigi Bersani lo aveva inserito negli “8 punti per il cambiamento” del post-elezioni. Il Pd, che ha tra le sue fila gli unici due parlamentari di origine straniera della nuova legislatura (Khalid Chaouki e Cécile Kyenge Kashetu), ha appena presentato in Parlamento un disegno di legge sull’acquisizione di cittadinanza a firma, per l’appunto, Bersani, Speranza, Chaouki e Kyenge.

In attesa di conoscere gli esiti delle consultazioni per la formazione di un esecutivo, noi vi proponiamo una presentazione sul funzionamento attuale della legge 91 del 1992, sulla differenza tra ius soli e ius sanguinis e sulle posizioni e proposte di riforma che sono sul tavolo.

Laura Bartolini