E’ stato vento di popolo. Un abbraccio corale dei napoletani onesti alla Città della Scienza, distrutta lunedì sera da un incendio doloso appiccato da una camorra terrorista. Palloncini colorati, canti e balli, tanti bambini e studenti. In migliaia in marcia per gridare “no” alle mani delle camorre sulla città.

Ci siamo sporcati tutti la faccia con pezzi di carbone. Le strade desolate e abbandonate all’ombra degli scheletri arrugginiti dell’ex acciaieria dell’Italsider di Coroglio nel quartiere Bagnoli per un attimo si sono animate. Una luce bella e di partecipazione ha illuminato un pezzo di Napoli colpevolmente dimenticato dalla politica e dalla borghesia partenopea. Non sono mancati – era inevitabile – i professionisti del “cappello” da mettere sull’iniziativa: neo deputati e senatori, pseudo dirigenti di partito, amministratori in debito di consensi accalcati in ordine sparso a farsi intervistare e raccontare il solito bla, bla, bla.

Di questa gente vecchia e nuova ne abbiamo le palle piene tanto per essere chiari e coincisi. Resta la fuliggine infernale, l’odore acre, la desolazione, il disorientamento: sensazioni forti che a tratti stringono la gola e il cuore. E’ mai possibile che Napoli dev’essere così sfortunata? E’ mai possibile che una città così bella debba vivere sempre nella merda più totale? E’ mai possibile che la terza metropoli d’Italia debba essere così abbandonata e disperata?

Mi chiedo e cerco da anni i motivi, i perché di questo eterno disastro. Ho incrociato una signora – poco più di 60 anni – esile, il volto corrucciato, lo sguardo atterrito e gli occhi gonfi di lacrime. Piangeva a dirotto, le mani strette a pugno. Era disperata di una disperazione vera, sentita, reale, genuina. E’ stata un’immagine devastante. Neppure ho provato ad avvicinarmi, a rincuorarla, a dirle qualcosa. Dove sono le parole? Cosa le avrei detto? Cosa? Ho provato solo rabbia, rabbia e ancora rabbia. Maledetti camorristi, maledetti politici, maledetta borghesia mascalzona. Maledetti tutti. E’ il solito canovaccio. La solita trama. La solita reazione per esorcizzare la tragedia e dirsi addosso: “non siamo finiti, ce la faremo”.

Occorre un salto di qualità. I politici, chi ha responsabilità istituzionali, deve buttare il sangue e lavorare per la città. Senza interviste, spot e chiacchiere da eterna campagna elettorale. E’ tempo di decisioni immediate, incontrovertibili che incidano sulla vita di Napoli. Se non si è capaci allora meglio passare la mano. Adesso basta. Il tempo è scaduto. Qui si muore. Non possiamo farci bruciare dalla camorra mi sembra anche superfluo scriverlo. Spero che Bagnoli non faccia la stessa fine di Scampia: ricordate quando i clan sparavano un giorno si e anche l’altro? Ogni giorno c’erano comizi, slogan e passerelle. Sembrava addirittura che le famigerate Vele erano già state cancellate dal tritolo della legalità. Dibattiti, convegni, proponimenti. E poi? Tornateci adesso a Scampia: c’è il vuoto del niente. Resiste solo una pattuglia di generosi e onesti che come sempre continua a combattere in silenzio e nell’isolamento più totale.

Questa è la nostra Napoli disperata: tutto destinato a finire a tarallucci e vino. Non a caso recita una famosa canzone: “Chi ha avuto, ha avuto, ha avuto…chi ha dato, ha dato, ha dato…scurdámmoce ‘o ppassato, simmo ‘e Napule paisá!…”. La mia disperazione l’allevio e spero che lo faccia anche la signora che ho incrociato ascoltando le parole di “Bit”, il personaggio simbolo di Città della Scienza, amico di tanti bambini. Con la sua testolina tonda, i capelli appuntiti, il corpo a forma di molla è sbucato dal buio e dalle tenebre del rogo terrorista rincuorando i più piccoli : “Ehi, sono qui, io ce l’ho fatta ad uscire dalle fiamme”. Spetta a Napoli adesso tirasi dalle tante tenebre e costruire una città per i suoi figli e nipoti.