La parola ‘dimissioni‘ nessuno la pronuncia apertamente, ma è quello che molti si aspettano e più di uno teme. Bersani è davanti ad un bivio della sua storia politica e personale. E l’ultimo sgambetto gli è arrivato ieri dalle parole di Dario Fo. Che dopo aver parlato con Casaleggio, ha detto con chiarezza che uno spiraglio di trattativa con i 5 stelle resta, è flebile ma c’è. Ma che nessuno dei giovani neo deputati e senatori voterà mai per un governo targato Bersani. Se si vuole un’alleanza o anche solo un appoggio esterno che faccia nascere un governo targato Pd, l’unico modo è tirare fuori qualche faccia nuova, qualche “nome, che dentro il partito c’è”, ha sottolineato il premio Nobel, purché Bersani faccia un passo indietro. Il guaio è che il segretario Pd questo passo indietro non ha alcuna intenzione di farlo, tenuto in piedi da una nomenclatura che teme il rinnovamento per paura di perdere le rendite di posizione maturate negli anni; sono riusciti ad arginare Renzi, ora però non potranno sostenere un fallimento del possibile governo, dopo aver pareggiato indecorosamente nelle urne.

Al Nazareno il clima si fa sempre più pesante. Fin quando a criticare il segretario erano rimasti i soliti D’Alema e Veltroni, la cosa non poteva destare preoccupazione. Fin quando Matteo Renzi ha storto il naso a distanza, ben attento a non esporsi troppo, questo poteva rientrare nel novero di una strategia sulla lunga distanza dello stesso rottamatore per il suo bene e , forse, in prospettiva anche al partito. Ma se in una stessa, fredda mattinata di febbraio il segretario si è trovato a leggere le critiche e gli inviti a un possibile passo indietro da parte di due dei suoi fedelissimi, il segnale è diventato fin troppo chiaro. E cioè che gli argini rischiano di non reggere ancora a lungo.

Si avvicinano le idi di marzo
Secondo quanto riporta Europa (quotidiano di area democratica), a pugnalare il segretario, per il momento solo a distanza, sono stati due dei suoi portavoce nella campagna per le primarie: Alessandra Moretti e Tommaso Giuntella. La prima in una intervista al Corriere; il secondo su un web magazine. La Moretti ha ipotizzato che “se la direzione individuasse un’altra figura di garanzia per dialogare con il M5S, tutti dovremmo pancia a terra lavorare per questo. Il primo a tirarsi indietro sarebbe Bersani”. Una possibilità che lo stesso segretario ha ben presente, ma che naturalmente ha evitato accuratamente di tirar fuori in prima persona in questi giorni delicatissimi, per evitare di compromettere ogni ipotesi nel confronto con Grillo e i suoi. Giuntella, se possibile, ci è andato giù ancora più duro, non citando mai Bersani ma contestando a fondo la campagna elettorale condotta dal Pd “con affanno e poco coordinamento”. Per Giuntella “è mancato un coordinatore della campagna”, ben sapendo che invece quel nome c’era eccome e che quel ruolo lo ha ricoperto per tutta la campagna Stefano Di Traglia, portavoce storico di Bersani e responsabile della comunicazione del partito. Insomma, mentre lui si dava da fare con i suoi 300 spartani, si dice “dispiaciuto” di non aver preso parte alla fase decisionale, “perché avrei consigliato innanzitutto di avercela una strategia”. Di Traglia è, a tutti gli effetti, il vero responsabile della campagna elitaristica portata avanti dal segretario che ha snobbato più di un invito televisivo (non è voluto andare da Lucia Annunziata su Raitre, per esempio) e giornalistico (interviste e confronti) e dimostrando, in questo modo, distanza non solo dai media, ma anche dal Paese reale. Mentre Grillo era nelle piazze, Bersani frequentava solo alcuni luoghi ‘sicuri’ e partecipava a comizi in terre amiche. Il responso delle urne ha fatto il resto.

Ma le critiche a Bersani non sono solo di certo queste, anche se rappresentano un sintomo preoccupante per il segretario, specie in vista della riunione della direzione di mercoledì prossimo. Lì sono in tanti quelli che si preparano a dare battaglia e tra questi non potranno essere ignorati anche i giovani turchi, ai quali Moretti e Giuntella sono molto vicini. Il gruppo capitanato da Matteo Orfini, Stefano Fassina e Andrea Orlando, fin qui fidi scudieri del leader, sono ormai stanchi di aspettare. Se la ruota deve girare, il momento è questo. Altrimenti il partito potrebbe essere travolto. Sia da un mancato incarico da parte di Napolitano oppure (peggio) dall’ammissione di incapacità a trovare una maggioranza in Parlamento. E se per evitare tutto questo si deve chiedere il passo indietro a Bersani, ebbene i primi a volerlo fare sembrano essere davvero i suoi. Prima che “la pugnalata” arrivi da qualcun altro, sempre vicinissimo al leader, ma al momento al di sopra di ogni sospetto. In puro stile “idi di marzo”.