Ci vorrebbe troppa fantasia per attribuire il tetro spettacolo di questi mesi (il capitalismo italiano alla sbarra) all’accanimento giudiziario. E non solo perché le due liste – i blasoni industriali e finanziari coinvolti e le Procure che indagano – sono troppo lunghe per far credere a un complotto di toghe. Soprattutto è ormai evidente che arresti e rinvii a giudizio non sono causa delle difficoltà delle nostre maggiori aziende, ma il loro sintomo più sinistro.

Sono finiti i soldi

La grande crisi finanziaria iniziata nell’agosto 2007 ha semplicemente accelerato lo smottamento del decrepito capitalismo di relazione all’italiana, in cui la forza dei capitali è stata surrogata dalle perversioni di un reticolo di alleanze, amicizie, favori. Ma quando i soldi sono finiti veramente, ecco il ricorso quasi obbligato al reato, come unico strumento di mantenimento del potere. Con i cosiddetti “salotti finanziari” di un tempo che si trasfigurano in decadente oligarchia cleptomane. Partiamo dalla Fiat (noblesse oblige): la Corte d’appello di Torino sta processando per aggiotaggio informativo i due più fidati collaboratori dell’avvocato Gianni Agnelli, Gianluigi Gabetti e Franzo Grande Stevens. Una complicata storia processuale, destinata alla prescrizione, ma piena di significato. Nel settembre 2005 la Fiat non era in grado di pagare i suoi debiti con le maggiori banche italiane, e i debiti si sarebbero convertiti in azioni. L’azienda sarebbe diventata delle banche, e la famiglia Agnelli ne avrebbe perso il controllo. Con un gioco di prestigio ai confini della realtà, condotto a termine mentre la Consob si girava dall’altra parte, Gabetti e Grande Stevens salvarono la situazione, secondo l’accusa ingannando il mercato. Anche se fossero riconosciuti innocenti, rimane il fatto che i due hanno salvato il controllo della Fiat in mano a una famiglia ormai priva dei capitali necessari.

Un tema ricorrente, continuare a comandare senza metterci i soldi. Prendete il caso Fonsai. L’amministratore delegato di Mediobanca, Alberto Nagel, è indagato per ostacolo alla vigilanza per il cosiddetto papello, il foglietto con il quale sarebbe stata promessa a Salvatore Ligresti la sontuosa buonuscita di 45 milioni. Anche Ligresti è indagato, come i suoi figli e l’ex presidente dell’Isvap Giancarlo Giannini. Mettiamo da parte lo specifico giudiziario e guardiamo alla sostanza della storia. Mediobanca è azionista di controllo della prima compagnia di assicurazioni italiana (le Generali) e dunque da sempre vigila sul destino della seconda, Fondiaria-Sai. Dopo il crac Montedison c’era da sistemare la Fondiaria, e Mediobanca la affidò all’amico e protetto di sempre, Ligresti, che la fuse con la sua Sai. Quando le cose sono andate male, Ligresti non aveva capitali per raddrizzare la barca. Per non vedere la concorrente delle Generali finire in mani ostili, Mediobanca ha organizzato prestiti miliardari provenienti da tutto il sistema bancario. Di suo ha dato a Ligresti oltre un miliardo. Il costruttore siciliano è accusato di anche di essersi fatto gli affari suoi a danno dell’azienda, ma i reati sono cominciati quando si è trattato di salvare Fonsai affidandola a nuove mani amiche, quella della a sua volta indebitatissima Unipol.

Comandare con il debito

Guardate Telecom Italia. Il suo peccato originale è la scalata di Roberto Colaninno, che nel 1999 ha lanciato l’Opa (offerta pubblica d’acquisto) attraverso l’Olivetti, che si indebitò per decine di miliardi di euro. I nuovi padroni fusero Telecom con Olivetti, così la società telefonica è rimasta con addosso i debiti fatti per comprarla, e da oltre dieci anni vivacchia, facendo dell’Italia uno dei Paesi più arretrati nelle reti di comunicazione. Quando gli azionisti lavorano più per le proprie tasche che per l’azienda, i manager si adeguano. Ed ecco che ai primi del 2010 il numero uno della potente controllata Telecom Italia Sparkle, Stefano Mazzitelli, viene arrestato con l’accusa di una gigantesca truffa sull’Iva attraverso false fatturazioni. Indagato con lui l’ex amministratore delegato Telecom, Riccardo Ruggiero. Lo scherzo costa al gruppo, in prima approssimazione, 500 milioni di euro.

Tutto si tiene, l’oligarchia cleptomane sembra fare riferimento a un drappello di abili ufficiali di collegamento. Per lo scandalo Sparkle viene arrestato Lorenzo Cola, consulente dell’allora capo di Finmeccanica Pier Francesco Guarguaglini. Cola risulta in affari con Gennaro Mokbel, e insieme sono accusati di riciclaggio anche per un affare proprio con Finmeccanica, l’operazione Digint. L’inchiesta avanza e acchiappa il sistema degli appalti Enav, l’ente del controllo di volo. Sui radar sembra sia stata intessuta una fitta ragnatela di tangenti: appalti pubblici che passano attraverso un gruppo pubblico (Selex, cioè Finmeccanica) e finiscono alle aziende amiche.

Alla politica solo briciole

Ecco che la delinquenza dell’impresa privata incrocia la politica. Ma attenzione: la politica non è più l’epicentro della ruberia. La politica assiste, lascia fare, agevola, alle volte propizia il malaffare: ma per lei ci sono le briciole, qualche mancia, qualche favore, l’assunzione di un figlio o di un’amante. Lo scandalo Banca Popolare di Milano, che vede pesantemente coinvolto l’ex presidente Massimo Ponzellini, gira soprattutto attorno ai prestiti di favore fatti alle aziende degli amici e degli amici degli amici. Un fenomeno clamorosamente denunciato dal governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco e che riguarda tutto il sistema del credito. I signori delle banche, che sono in gran parte i signori delle Fondazioni, che si nominano tra loro e di nulla rispondono a nessuno, anche se gestiscono miliardi di capitali pubblici, spolpano i loro istituti facendo prestiti apparentemente inspiegabili. Ma lo scandalo Mps è il vero volto del problema: quando nel novembre del 2007 si compra la Banca Antonveneta a 9,3 miliardi dal Santander che l’ha appena pagata 6,6 miliardi, non si può credere che i più potenti banchieri europei abbiano lavorato in perfetta intesa per apparecchiare un tangentone da 2-3 miliardi di euro per qualche politico italiano. È evidente che il grosso del bottino resta a imprenditori e/o manager privati.

Esportare corruzione

E così apprendiamo dalla Procura di Busto Arsizio che Lorenzo Cola è più amico del numero uno di Finmeccanica Giuseppe Orsi che del suo predecessore Guarguaglini. E che il malaffare Selex-Enav è la pagliuzza per dare guazza ai politici e ai loro sgarrupati clientes, ma la vera trave è la corruzione internazionale con cui Finmeccanica supporta il proprio business. Orsi è stato arrestato per una tangente che avrebbe oliato la commessa da 563 milioni di euro per 12 elicotteri Agusta-Westland venduti al governo indiano. Contemporaneamente l’azienda italiana più globale, l’Eni, vede il suo amministratore delegato Paolo Scaroni, indagato per corruzione internazionale: avrebbe oliato ministri e boiardi algerini per ottenere commesse per la controllata Saipem. Vent’anni fa Scaroni patteggiò un anno e 4 mesi per uscire dall’inchiesta Mani Pulite, e l’accusa era di pagare tangenti a manager Enel per avere commesse per l’azienda impiantistica che guidava allora, la Techint. Adesso è accusato (ma lui nega tutto) di corrompere l’algerina Sonatrach per avere commesse per l’azienda impiantistica Saipem. Vedete il passaggio? Vent’anni fa scassinavi a colpi di mazzette le casse dello Stato italiano. Adesso i soldi si trovano più ad Algeri che a Roma.

Tentati dal crimine

Sono aziende messe in ginocchio dalla crisi quelle che macchiano il blasone con reati da strada. Il presidente del Monte dei Paschi, Alessandro Profumo, è indagato per frode fiscale: quando guidava Unicredit si sarebbe reso colpevole, secondo i “gravi indizi” rilevati dalla Cassazione, di “una complessa trama fraudolenta”, con operazioni fittizie su titoli finanziari all’estero, per far pagare alla banca meno tasse: 745 milioni di euro sottratti al fisco, secondo l’accusa. Il ministro dello Sviluppo economico Corrado Passera è indagato per un caso simile, riferito a quando guidava Intesa Sanpaolo: il fisco ha lamentato oltre un miliardo di evasione. Nel recente libro Banchieri & compari, Gianni Dragoni calcola tra 4 e 5 miliardi le tasse non pagate dalle banche con questi sistemi: rapinano il fisco per aggiustare i bilanci. O cercano altre scorciatoie per arrotondare: le storie della Seb, controllata lussemburghese di Intesa Sanpaolo, e del Banco Desio, che il Fatto ha raccontato nei giorni scorsi, sono accomunate dalla pratica del riciclaggio, che sembra entrato nel core business delle grandi banche.

Nostalgia per il passato

Al confronto, l’inchiesta sull’azienda di famiglia dell’ex presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, che verte su conti svizzeri dove si sarebbe accumulato per anni un bel po’ di nero, stando alle ipotesi dell’accusa, fa quasi tenerezza. Suscita nostalgia per quel nebuloso passato in cui il gioco sporco era solo vizio laterale del capitalista, e non arma irrinunciabile per essere competitivi.

da Il Fatto Quotidiano del 14 febbraio 2013