Un anno dopo la Costa Concordia è ancora lì, adagiata sul fianco destro, a poche decine di metri dall’ingresso del porto dell’isola del Giglio. Il trasferimento della nave slitterà ancora e non avverrà prima di settembre, quindi un anno e mezzo dopo l’incidente. Ieri il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi ha ribadito al ministro Corrado Clini e al commissario per l’emergenza Franco Gabrielli la richiesta di portare la nave della Costa a Piombino. “Stiamo lavorando per assicurare la continuità della gestione straordinaria nelle operazioni di smantellamento della Concordia, con una procedura che sia efficace. Se è il prolungamento dello stato di emergenza o un’altra cosa questo lo stiamo verificando” ha spiegato Clini. “La nave andrà a Piombino – ha aggiunto – Come sapete, ho espresso questa indicazione in maniera pubblica. Continuo ad essere convinto che la nave vada portata nel porto più vicino; le operazioni che vanno fatte per portarla lì vanno chiuse al Giglio, il peso della nave va alleggerito e anche il pescaggio, in maniera tale che poi il ricovero nel porto più vicino sia più facile”.

Allarme inquinamento rientrato
Un anno dopo il naufragio l’allarme per il possibile inquinamento dell’ambiente marino è rientrato. In realtà il delicato ecosistema ha resistito sin da subito, prima al rischio di sversamento in mare di idrocarburi e poi alla fuoriuscita di oli e miscele di “prodotti” civili. A sorvegliare lo specchio d’acqua in cui la Concordia è purtroppo ospitata, dal 13 gennaio dell’anno scorso, ci ha pensato lo stesso ministero dell’Ambiente. Le associazioni ambientaliste – Legambiente, Wwf e Greenpeace – hanno messo in evidenza già all’indomani del naufragio della nave “ferita” da “Le Scole” (lo scoglio di fronte all’isola che domenica verrà riposizionato) i pericoli per quella zona ricchissima di biodiversità, posta in area sensibile, sulle linee del parco dell’Arcipelago Toscano e del Santuario dei cetacei. La richiesta principale rivolta al governo ha riguardato la formulazione di un decreto per rotte sicure anti-inchini.

Dalle indagini al processo
Ma il 2013 sarà ancora un anno lungo nella vicenda del disastro. E’ l’anno del processo al comandante Francesco Schettino ed agli altri imputati accusati di co-responsabilità nel disastro che causò 30 vittime accertate più due dispersi e ci si arriverà anche grazie alle tappe forzate tenute dalla procura di Grosseto per chiudere entro il 2012 le indagini. Così, a Grosseto, a fine mese, massimo febbraio, gli inquirenti formalizzeranno le richieste di rinvio a giudizio tra i 12 indagati; quindi per febbraio sarà fissata la data dal giudice per l’udienza preliminare. La previsione generale è che, salvo accelerazioni, dopo l’estate si terrà il processo, che quasi sicuramente per Schettino sarà con rito ordinario mentre altre posizioni potrebbero essere giudicate con forme abbreviate. Ipotesi non definitive riportano che i difensori sono al lavoro per valutare la situazione dei clienti e proporre forse riti alternativi.

Gli indagati: da Schettino all’ “uomo Costa” Ferrarini
Di fatto l’inchiesta della procura di Grosseto ha reso un quadro piuttosto preciso degli eventi, anche grazie al materiale analizzato nel complesso incidente probatorio fatto fare dal gip Valeria Montesarchio sulla “scatola nera” della nave, sulle attrezzature, sulle carte nautiche, sui protocolli per l’organizzazione di soccorso a bordo. Il comandante Schettino è l’indagato che si porta addosso le accuse più pesanti: omicidio plurimo colposo è quella più grave, mentre l’abbandono di nave è la più disonorevole: ma dovrà rispondere perfino di danno ambientale per il distacco dello scoglio delle Scole dal suo sito naturale e per il relitto incagliato in un’area protetta. Schettino partì da Civitavecchia sapendo di dover fare un “inchino”, pratica marinara di omaggio alla terraferma nonché motivo di attrazione per i passeggeri a bordo. Obiettivo, il Giglio, puntato con una rotta “scellerata” che condusse la nave contro i suoi scogli. Schettino tentò di disimpegnarsi, mentre la Concordia navigava a tutta velocità, con uno “scodinzolo” – così ha registrato la scatola nera -, serie di virate e controvirate andate male, sembra anche a causa delle incomprensioni con il timoniere indonesiano Jacob Rusli, che non avrebbe capito bene la lingua.

L’inchiesta ha poi coinvolto gli ufficiali a bordo: Ciro Ambrosio, secondo di Schettino in plancia; Salvatore Ursino, in addestramento; Silvia Coronica, terzo ufficiale; il cartografo Simone Canessa che teneva la rotta su ordini del comandante; Roberto Bosio, comandante in seconda che al momento dell’urto non era in plancia; Andrea Bongiovanni che comunicando con la terraferma disse su ordine di Schettino una mezza verità senza rappresentare l’entità del disastro in corso con la nave già squarciata su un fianco per decine di metri. Se la caverà con una multa, mentre per Ursino e Bosio potrebbe esserci l’archiviazione. “New entry” dell’inchiesta, con un po’ di sorpresa, il già definito commissario-eroe Manrico Giampedroni: una gamba spezzata dentro la pancia della nave rovesciata e i soccorritori che lo ritrovano in un’area non allagata ne fecero un simbolo: ora è accusato anche lui di omicidio plurimo colposo perché come direttore dell’hotel di bordo avrebbe dovuto prodigarsi per salvare i passeggeri, mentre per gli inquirenti, invece, non assolse ai suoi compiti.

In sordina il ruolo della Costa spa, che come società entra nel processo come parte offesa. Ma tra gli indagati ci sono però suoi dirigenti impegnati “da terra”: il capo dell’unità di crisi della flotta Roberto Ferrarini; il vicepresidente Manfred Ursprunger; Paolo Parodi, anche lui dell’unità di crisi. Sono accusati di non aver adeguatamente operato nei soccorsi, tantomeno nella collaborazione con le autorità marittime: il processo ne metterà in luce le responsabilità. Anche se è presto, tra i testimoni ci potrebbe essere la fantomatica moldava Domnica Cermotan, presente in plancia al momento dell’urto mentre osservava il transito ravvicinato della nave accanto agli scogli ordinato da Schettino.

Il giudice: “Sì al rito Fornero per il licenziamento di Schettino
Intanto è prevista per le 10,30 di domani l’ordinanza del presidente della sezione lavoro del tribunale di Genova Ravera sul ricorso di Costa Crociere contro Schettino perché sia accertata la legittimità del licenziamento del comandante. La società armatrice aveva deciso di chiedere pronunzia del giudice del lavoro avvalendosi del cosiddetto “rito Fornero” che prevede tempi rapidi per il giudizio in materia di lavoro. Il rito in teoria era stato concepito per aiutare i dipendenti licenziati, ma in questo caso la Costa, datore di lavoro, se ne avvale per corroborare la pratica di licenziamento già decisa in azienda. Contro l’utilizzo del “rito Fornero” si era detto il legale di Schettino, il giuslavorista napoletano Rosario D’Orazio, che il 5 dicembre scorso davanti al giudice Ravera, aveva sollevato eccezione preliminare sull’assoluta “inusufruibilità” della formula. Se il giudice riterrà che Costa non possa avvalersi del rito Fornero la causa migrerà a Torre Annunziata (Napoli) dove è già in corso la causa sul licenziamento di Schettino. Ma se il giudice dovesse pronunciarsi a favore della società armatrice, la causa andrebbe avanti e sarebbe fissata una ulteriore udienza di discussione.