La Camera dei Rappresentanti Usa, a maggioranza repubblicana, è stata convocata domenica 30 dicembre in sessione straordinaria alle 18,30 locali (mezzanotte e trenta del 31 dicembre in Italia) per mettere ai voti l’eventuale intesa per scongiurare, in zona Cesarini, il ‘Fiscal cliff‘. L’insieme di tagli ed aumenti di tasse per 600 miliardi di dollari che entrerà in vigore – in assenza di un’intesa bipartisan – il 1 gennaio. mancano quindi quattro giorni per evitare la catastrofe. 

“Come Together”. L’appello a riunirsi, a trovare un accordo, viene scarabocchiato sui bicchieri di carta di caffè e cappuccini dai ragazzi dietro il banco di Starbucks. Così ha voluto il chief executive della società, Howard Schultz, che ha chiesto ai dipendenti dei suoi punti vendita di Washington di offrire ai clienti tazze di caffè con un appello al compromesso sul “fiscal cliff”. L’iniziativa di Starbucks appariva, fino a poche ore fa, l’unica azione concreta per evitare il meccanismo combinato che scatterà il 1 gennaio 2013. La paralisi politica è infatti quasi totale. Nulla o quasi si era mosso per scongiurare ciò che, secondo molti analisti, potrebbe far riprecipitare l’economia USA in una nuova recessione.

Barack Obama era rientrato alla Casa Bianca, lasciando la famiglia alle Hawaii. Il presidente si è sentito telefonicamente con diversi leader del Congresso, soprattutto con il capogruppo democratico del Senato, Harry Reid, ma niente di nuovo sembrava essere emerso dalle conversazioni. I senatori tornano a riunirsi, dopo le vacanze natalizie, nella serata di giovedì, ma le votazioni cui sono chiamati non hanno nulla a che vedere con il “fiscal cliff”. 

“Penso che ci siano buone possibilità di trovare un accordo nelle prime settimane di gennaio. E ciò significa che il fiscal cliff non verrà evitato”, aveva detto in un’intervista a CNBC il deputato democratico Jim Himes. Sia democratici che repubblicani addossano in queste ore agli avversari la responsabilità di fare il primo passo e avanzare una proposta. “La Camera considererà qualsiasi misura verrà presa dal Senato, ma tocca al Senato agire”, diceva l’ufficio dello speaker repubblicano della Camera, John Boehner, che invita dunque la maggioranza democratica del Senato a venire allo scoperto con un’iniziativa politica.

La risposta dei democratici è già arrivata. “La base di discussione resta il provvedimento già votato a luglio”, ha detto Harry Reid, alludendo al testo che prevede di alzare le tasse per i redditi superiori ai 250mila dollari all’anno, fissare la quota di imposte su dividendi e capital gain al 20%, rinnovare i sussidi di disoccupazione e bloccare i tagli alla spesa sociale e militare. La proposta ha però già incassato il no dei repubblicani, soprattutto di quelli più conservatori in materia fiscale della Camera, contrari a qualsivoglia aumento delle imposte.

Mentre il tempo passa in un alternarsi di veti incrociati e attendismi, si comincia a calcolare quello che avverrà il 1 gennaio, nel caso non si trovasse un accordo. I primi ad avvertire gli effetti negativi del “fiscal cliff” sarebbero le categorie meno abbienti. Due milioni di americani resterebbero senza sussidi di disoccupazione e la payroll tax, l’imposta sui salari, crescerebbe di due punti. Altre conseguenze – i tagli alla spesa, l’aumento delle imposte sui dividendi – si spalmerebbero su un periodo più lungo, conducendo comunque a quello che molti economisti ritengono una conclusione inevitabile: il rallentamento della crescita economica e un aumento della disoccupazione.

Proprio in previsione di un mancato accordo, il Dipartimento del Tesoro americano sta preparando misure “straordinarie” per evitare che il debito pubblico superi il massimale di 16.394 miliardi di dollari che potrebbe gettare il Paese nel default economico. Timothy Geithner, in una lettera inviata ieri al Congresso, ha spiegato di voler sospendere, come misura temporanea, il reinvestimento dei contributi pensionistici dei lavoratori federali. Un provvedimento che consentirebbe di rinviare per un breve periodo il rischio di un collasso, assicurando un margine di manovra di circa 200 miliardi di dollari.

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