L’amministrazione non può permettersi “un processo di conferma che sarebbe lungo, distruttivo e costoso – per Obama e per le nostre più pressanti priorità nazionali e internazionali. Semplicemente, non ne vale la pena per il nostro Paese”. Così, con poche righe, Susan Rice, ambasciatrice americana all’Onu si ritira dalla corsa per diventare segretario di stato Usa al posto di Hillary Clinton. La Rice ha annunciato il suo ritiro con una lettera pubblica e un’intervista. Poco prima, aveva chiamato personalmente Barack Obama per comunicargli la sua decisione. Alzando il telefono, nello studio ovale, il presidente già immaginava quello che la Rice voleva dirgli.

Da troppo settimane, del resto, questa studiosa di relazioni internazionali, ex-funzionaria dell’amministrazione di Bill Clinton, molto vicina a Obama, era al centro di una forsennata campagna di critiche e accuse, da parte dei repubblicani, per il suo ruolo nella vicenda dell’assassinio dell’ambasciatore J. Christopher Stevens. La Rice andò per ben cinque volte in televisione, spiegando che l’attacco non era stato un’azione terroristica premeditata – come emerse più tardi – ma una spontanea iniziativa di protesta, provocata dalla rabbia per il film su Maometto.

Di fronte alle successive proteste e critiche dei repubblicani, soprattutto dei senatori John McCain e Lindsay Graham, anche Obama era andato in televisione, spiegando che “se il senatore McCain e il senatore Graham e altri vogliono prendersela con qualcuno, se la prendano con me. Sono felice di discutere con loro. Ma prendersela con l’ambasciatore americano – che non ha niente a che fare con Bengasi e che ha parlato sulla base delle informazioni ricevute dai servizi di intelligence – è semplicemente oltraggioso”.

L’appassionata difesa da parte di Obama non era servita. La Rice era stata inviata anche al Senato, a discutere con i suoi critici, per cercare di attenuare le polemiche. L’incontro, con McCain, Graham, con la senatrice Susan Collina e altri repubblicani particolarmente attivi sulle questioni di politica internazionale, non aveva ottenuto gli effetti sperati. La Rice aveva lasciato il Congresso suscitando ancora più dubbi. I senatori repubblicani avevano tirato in ballo il suo ruolo nella gestione della politica in Africa nel 1998, quando le ambasciate Usa in Kenya e Tanzania vennero attaccate. Alcuni ricordarono anche che la Rice sconsigliò nel 1994 di usare il termine “genocidio”, nel caso del Rwanda, perché avrebbe potuto “danneggiare le possibilità di rielezione di Bill Clinton”. Altri l’attaccarono anche per i suoi affari come managing director di Intellibridgeuna società di analisi strategiche.

Un servitore pubblico, straordinariamente capace, patriottico e appassionato”. Così Barack Obama descrive oggi la Rice. In realtà, fanno capire off the record alcuni stretti collaboratori della Rice, il presidente non sembra aver fatto molto per per dissuaderla dal ritiro. L’ambasciatrice all’Onu è una dei funzionari più vicini al presidente. Lo ha appoggiato incondizionatamente sulla questione della Libia, della politica da tenere nei confronti delle primavere arabe, e oggi su Siria e possibili nuove sanzioni nei confronti della Corea del Nord. La battaglia sulla sua nomina stava diventando però troppo furiosa, e costosa politicamente, per il presidente, in un momento in cui questa amministrazione ha bisogno soprattutto di un basso profilo e tranquillità per risolvere l’enigma del fiscal cliff.

L’addio della Rice – che resta comunque ambasciatrice Usa all’Onu – spiana la strada all’arrivo di John Kerry al Dipartimento di Stato. L’ex-candidato alla presidenza, nel 2004, veterano del Vietnam, attuale chairman del Senate Foreign Relations Committee, è un politico esperto, appassionato di questioni internazionali, un democratico che in decenni di vita politica ha tessuto una rete di relazioni, a Washington e nel mondo, capaci di renderlo un segretario di Stato rispettato e affidabile. I repubblicani hanno già fatto sapere di essere pronti a votarlo. “Kerry è immensamente qualificato e sarebbe facilmente confermato”, ha spiegato John Barraso, senatore repubblicano del Wyoming. Con Kerry, un altro veterano del Vietnam dovrebbe entrare nella prossima amministrazione Obama. Per il posto di segretario alla Difesa, si fa infatti con insistenza il nome di Chuck Hagel, repubblicano del Nebraska, un politico moderato che nel passato è stato più volte in disaccordo con la politica di George W. Bush e dei neocon.