Si può morire a 15 anni per omofobia, nell’Italia dell’ormai-quasi 2013. Si muore a Roma, di solitudine, di bullismo, di incomprensione, di amarezza, di sensi di colpa.

Come Davide, adolescente sbeffeggiato dai compagni perché indossava degli indumenti rosa. Rimproverato dall’insegnante perchè si era presentato a scuola con lo smalto sulle unghie. Davide, nome di fantasia ovviamente, si è suicidato impiccandosi nella sua cameretta sotto gli occhi del fratellino, ora sotto choc.

Questo evento, terribile ma forse non del tutto inaspettato in un Paese come il nostro, dove i politici si riempiono la bocca di anatemi nei confronti delle persone omosessuali, gay e lesbiche, e transessuali, dovrebbe portarci tutti a riflettere sulle nostre parole, ogni volta che affrontiamo l’argomento.

Per quanto riguarda chi, come me e gli amici e colleghi di Avvocatura per i diritti LGBTI – Rete Lenford, da anni si occupa dei diritti delle persone omosessuali e transessuali, mi chiedo se abbiamo tutti fatto e facciamo abbastanza. Mi chiedo se i nostri messaggi passano. Mi chiedo se quando approcciamo il tema non siamo, come dire, troppo giuristi, troppo tecnici, e troppo poco persone.

Della classe politica, poi, penso il peggio possibile. Nessuno escluso. La povertà del dibattito sui diritti sui mass media, l’incapacità di gestire il tema senza franare in derive religiose, intrise di omofobia e omonegatività, l’ottusità e l’ignoranza di chi quando è chiamato a parlare della legge contro l’omofobia, dei matrimoni, delle adozioni, adotta distinguo surreali, trascurano un dato fondamentale: le future generazioni, quelle che oggi vivono l’adolescenza e gli anni più sensibili e delicati della loro vita, soffrono nel profondo della loro intimità e coltivano, inconsciamente o meno, sentimenti di disgusto per se stessi se noi, oggi, non diamo loro un messaggio decisamente e chiaramente contrario.

Quando Bruno Tabacci dice che non vuole le adozioni per le coppie dello stesso sesso perché ciò che per lui conta è l’interesse del minore, trascura che non si può distinguere il minore quando ha uno o due genitori dello stesso sesso e il minore che si scopre gay o lesbica. Quando Pier Luigi Bersani dice che siamo in Italia e il matrimonio gay non si può fare, priva centinaia di migliaia di giovani della speranza di un futuro di coppia. Quando Rosy Bindi dice che volere il matrimonio è da massimalisti, condanna i giovani gay e le giovani lesbiche alla convinzione che essere moderati è sinonimo di compromesso, quindi di rinuncia ad essere se stessi.

Caro ragazzo gay, cara ragazza lesbica, tu non sei sol*, non sei sbagliat*, avrai un futuro di affetti, amore e comprensione esattamente al pari del tuo o della tua compagna di banco. E sei una persona, hai dignità, cuore e anima, anche se metti lo smalto, ti colori i capelli e indossi pantaloni rosa.

Davide è morto per il bullismo dei compagni. Ma è morto anche per colpa nostra. Perché non facciamo abbastanza, perché facciamo poco e perché non facciamo nulla.

Forse perché nel suo complesso il nostro Paese non merita i giovani che si ritrova. O non ci riflettiamo abbastanza.