“Contro di me un complotto”, Paolo Bellini dal carcere chiede “l’eutanasia farmacologica”. Sta scontando l’ergastolo per la strage di Bologna
Paolo Bellini, ex esponente di Avanguardia Nazionale e condannato in via definitiva all’ergastolo per la strage di Bologna del 2 agosto 1980, torna a parlare dal carcere. Lo fa con una lunga lettera manoscritta inviata alla Gazzetta di Reggio, nella quale chiede di ottenere quella che definisce “eutanasia farmacologica” sostenendo di essere vittima di un “complotto politico, mediatico e giudiziario”. Bellini è detenuto nella casa di reclusione di Padova dopo la sentenza definitiva pronunciata dalla Corte di Cassazione, che ha confermato il suo coinvolgimento nel massacro costato la vita a 85 persone e che provocò oltre 200 feriti. Secondo i giudici, il suo contributo alla strage fu “volontario e consapevole”, al termine di un’inchiesta riaperta a quarant’anni dai fatti.
Nella missiva – dieci pagine scritte in stampatello maiuscolo e fotocopiate – Bellini afferma di aver già avanzato la richiesta quando era detenuto in Sardegna, indicando la data del “20-8-2025”. Il documento è indirizzato anche alla direzione sanitaria del carcere di Padova, alle Procure di Bologna, Cagliari e Padova e alla Commissione parlamentare Mafia e Stragi.
“Chiedo che la direzione sanitaria di Padova provveda in tal senso rispettando le leggi vigenti in materia di silenzio-assenso dalle quali non vi potete sottrarre”, scrive l’ex militante nero, in passaggi che appaiono spesso confusi e sconnessi. La Gazzetta di Reggio ha deciso di pubblicare integralmente la lettera “perché è una notizia”, ricordando però che Bellini “è stato riconosciuto dalla giustizia italiana come uno dei responsabili del più efferato attentato della storia della Repubblica”.
La figura di Bellini resta una delle più controverse e oscure del terrorismo nero italiano. Ex militante dell’estrema destra e uomo dai molteplici alias, nel corso degli anni è stato al centro di indagini che hanno intrecciato criminalità organizzata, ambienti eversivi e servizi deviati. Proprio la sua presenza alla stazione di Bologna il giorno della strage – documentata anche da immagini e testimonianze – è stata uno degli elementi centrali del processo culminato nella condanna definitiva.
Ha sempre respinto le accuse, ma per i giudici della Corte suprema era sul luogo della strage di Bologna, subito dopo l’esplosione della bomba del 2 agosto 1980, “è stata ampiamente accertata”, mentre il presunto alibi fornito dall’ex terrorista nero era “non solo falso, ma organizzato previamente in modo ‘raffinato’ ed eseguito ‘abilmente’ nei minimi particolari”. Tutto questo “in vista dello specifico contributo” l’ex terrorista “avrebbe offerto per la realizzazione del delitto e degli altrettanto specifici ‘pericoli’ che egli doveva contrastare (essere visto sul posto al momento dello scoppio)”.