Nel pieno dello scandalo escort, Sara Giudice diventò una sorta di eroina della politica pulita. Giovanissima esponente del Pdl milanese, aveva criticato apertamente l’elezione di Nicole Minetti nel listino bloccato del consiglio regionale della Lombardia. Sommersa di critiche dai fedelissimi di Silvio Berlusconi, era passata a Fli, raccogliendo oltre 1000 voti alle comunali del 2011, restando fuori dal consiglio solo per lo scarso successo del Terzo polo di Fini e Casini. Ora proprio quei voti la proiettano nell’incubo dell’inchiesta per voto di scambio politico-mafioso che ha portato in carcere l’assessore regionale lombardo alla casa Domenico Zambetti. Sara non è indagata, perché il contatto con l’emissario delle cosche lo ha avuto suo padre Vincenzo Giudice (nella foto padre e figlia insieme a una manifestazione) già presidente del consiglio comunale di Milano per il Pdl, che infatti è finito sotto inchiesta. Dopo l’arresto di Zambetti, Sara Giudice ha convocato i giornalisti davanti a Palazzo marino, sede del Comune, e ha parlato apertamente di un “complotto” organizzato per distruggerla politicamente (guarda il video). Comunque sottolineano gli inquirenti nelle carte dell’inchiesta, nessun elemento prova che il padre fosse a conoscenza dei rapporti criminali del suo interlocutore, né che la figlia fosse a conoscenza dell’accordo stretto. 

Protagonista dell’avvicinamento, si legge nell’ordinanza di custodia cautelare del tribunale di Milano, Eugenio Costantino, indicato come un referente del clan Mancuso di Limbadi (Vibo Valentia), da tempo radicato in Lombardia, in particolare in Brianza. Presentandosi con le false generalità dell'”avvocato Roberto Licomo”, nel maggio 2011 Costantino ha incontrato Vincenzo Giudice “come rappresentante di una cordata di imprenditori e di liberi professionisti”. In quel momento, Giudice è presidente della Metro Engineering srl, società partecipata della Metropolitana Milanese Spa. Il sedicente avvocato, continua il gip, gli propone “un accordo corruttivo“. Vale a dire,  “la promessa di raccogliere voti a favore della figlia dello stesso Giudice, Sara, candidatasi alle elezioni per il rinnovo del Consiglio Comunale di Milano, a fronte della promessa concreta di assegnazione preferenziale di appalti e lavori pubblici per la costruzione della metrotranvia di Cosenza (di cui Mm aveva ottenuto l’appalto, ndr) e successivamente riguardanti le scuole”. Appalti che “come esplicitato dallo stesso Costantino, sarebbero stati girati a società e cooperative controllate da gruppi della ‘ndrangheta“.  In seguito all’incontro, l’intermediario si è dato da fare per la raccolta dei voti – con un apporto finale stimato in 3-400 preferenze – rivolgendosi a “esponenti dei clan Di Grillo-Mancuso e Morabito-Bruzzaniti-Palamara“. 

Il politico incontra il presunto emissario delle cosche due volte, tra aprile e maggio maggio 2011. Secondo il gip,  “Giudice rifiutò l’iniziale richiesta di erogazione di denaro in cambio dei voti a favore della figlia, e promise, quale corrispettivo dei voti, l’assegnazione dei predetti lavori pubblici”. Il tutto, sottolinea in più punti l’ordinanza, senza sapere nulla dei rapporti criminali della persona che si trovava di fronte.