Tutto è partito da una telefonata. La Procura di Napoli ha in mano un’intercettazione in cui si parla di fondi pubblici del consiglio regionale della Campania che dai gruppi consiliari sono finiti tramite bonifici nei conti correnti dei consiglieri. Come nel Lazio di ‘Er Batman’, prima che Franco Fiorito assurgesse a meritata celebrità.

Quella conversazione è stata captata nell’ambito di un’indagine per corruzione condotta dal pm Giancarlo Novelli a carico del capogruppo dell’Udeur Ugo De Flaviis, ex assessore nella prima legislatura Bassolino, che riguarda l’assunzione della ex cognata del mastelliano in una società informatica che ha intrattenuto rapporti con l’Arpac Multiservizi, società pubblica nella quale De Flaviis è stato in passato membro del Cda. Il 3 luglio la Finanza ha perquisito i suoi uffici e computer. E tra le giornate di ieri e giovedì è tornata due volte nel Centro Direzionale. Stavolta per dirigersi verso le stanze della segreteria generale del consiglio. Con una nuova ipotesi di reato: peculato.

Il pm Novelli vuole approfondire il senso di quella telefonata ascoltata e riascoltata. E ha dato mandato alle fiamme gialle di acquisire i documenti riguardanti gli stanziamenti e le erogazioni per i gruppi consiliari dal 2008 ad oggi, e la relazione della presidenza sulle modalità della rendicontazione. Quando è prevista. Infatti spesso non lo è. Tra i circa 6 milioni di euro assegnati ai dieci gruppi campani all’interno di un bilancio complessivo del consiglio regionale di 72 milioni (12 in meno rispetto al 2010), una consistente voce, per quella delle ‘spese’, che nell’appostamento di bilancio 2012 è pari a 1.586.000 milioni circa, i capigruppo sono tenuti a presentare soltanto una relazione con le cifre relative alle entrate e alle uscite complessive. Senza dover dimostrare ricevute, fatture, pezze di appoggio. Necessarie invece per attingere al ‘fondo comunicazione dei gruppi’, pari a circa 1.523.000 euro, e per il ‘fondo assistenza attività dei gruppi’, 1.891.000 euro. Il bilancio stabilisce anche 50.000 euro per il ‘rappresentante dell’opposizione’, una sorta di leader della minoranza che per regolamento dovrebbe incarnare in aula il contraltare del Governatore Pdl Stefano Caldoro. Da quando il Pd Vincenzo De Luca si è dimesso per tornare a fare il sindaco di Salerno a tempo pieno, quella poltrona è vuota.

L’indagine è solo alla fase conoscitiva e da qui a dire che la Campania possa essere accomunata alle spese allegrissime del Lazio ce ne corre. Ma il meccanismo di partenza è identico. Anche in Campania i capigruppo sono sovrani assoluti della fetta di torta del loro partito. E sta solo a loro, e alla loro integrità, assicurare che i soldi che girano tra bonificieassegnisianoutilizzatiafinidipubblica utilità. Il capogruppo del Pd Peppe Russo, tra i primi a diramare una nota di incoraggiamento al lavoro della magistratura, riceve il cronista tirando fuori decine di matrici di assegni e pacchi di fatture e di scontrini. “Perché li conservo? Non c’è una legge regionale che mi obblighi a farlo, lo faccio perché devo rendere conto ai miei consiglieri, non devono mai essere sfiorati dal sospetto che io mi infili i soldi in tasca”. Russo tira fuori anche il foglio del consuntivo dare-avere, c’è un attivo di circa 20.000 euro, farina utile per l’anno successivo. “Ma ogni gruppo – prosegue – decide da sé, ogni gruppo si scrive un proprio regolamento su come gestire e distribuire quei soldi, lo deposita in segreteria del consiglio, e in base a quello si attiene. Il Pd ad esempio ha stabilito che il 40% del nostro fondo spese, circa 200.000 euro, va ai singoli consiglieri per ‘spese di rappresentanza sui territori’ a fronte di una dichiarazione. Il resto finisce nelle spese complessive del gruppo”. Come? “Dispongo un bonifico di 500 euro al mese per ogni consigliere Pd. Il resto – indicando un lungo foglio di contabilità – copre collaborazioni esterne, ufficio stampa e portavoce, l’acquisto di spazi autogestiti in tv, fitti di sale per eventi e convegni politici. Non siamo però tenuti a conservare nulla, se lo facciamo è solo per scrupolo e correttezza al nostro interno, e se qualcuno mi chiedesse le pezze degli anni scorsi, non le ho più”.

Da Il Fatto Quotidiano del 22 settembre 2012