“Abbiamo sbagliato a non dire no a quei soldi”: poche parole sufficienti a spiegare perché alle prossime elezioni i cittadini difficilmente riusciranno a distinguere tra il Pd e la vecchia politica dei forchettoni. E non serve che l’autore di questa frase, Esterino Montino, capogruppo dei Democratici alla Regione Lazio, dica che non è la stessa cosa spendere il denaro pubblico in ostriche o in manifesti se poi, alla resa dei conti, sia i ladri matricolati sia chi ladro non si considera hanno ugualmente intascato senza batter ciglio una barca di soldi (a parte stipendi, emolumenti, rimborsi e prebende varie, altri 140mila euro a disposizione di ogni consigliere).

Non ci soffermeremo sulla Banda Bassotti Pdl capitanata da quel Franco Fiorito che, solo a guardarlo (180 chili di peso incartati nel gessato d’ordinanza), evoca l’invettiva romanesca diventata inno nazionale: qua è tutto un magna magna… E anche se, per ammissione dell’onesto Montino, 8 mila euro democratici sono stati spesi per magna’ in un ristorante di Rocca di Papa (“iniziativa politica”, s’intende), è inevitabile che le colossali ruberie dei partiti spianino la strada a quell’“antipolitica” che fa tanto inorridire le anime belle della sinistra. Insomma, Grillo potrebbe prendere il sole tranquillo sullo scoglio ligure, visto che per il Movimento 5 Stelle lavorano alacremente i detentori del malloppo (il villone e le casette in Canada del margherito Lusi, i festini con apposite ragazze per il gessato ciociaro, per non parlare del cerchio magico leghista finanziato dal fisiognomico Belsito). Mentre gli onesti democratici di Bersani e Renzi fanno un po’ la figura del palo della banda dell’Ortica che “scrutava nella notte perché vederci non vedeva un’autobotte”.

Luca Ricolfi lo ha scritto sulla Stampa (3 settembre): nell’elettorato italiano sta accadendo quel che accadde vent’anni fa con lo sbriciolamento della Prima Repubblica, quando “diminuì drasticamente la quota di italiani che ragionavano in termini di destra e sinistra e aumentò la quota di quanti ragionavano in termini di vecchio e nuovo”. Il nuovo potrà anche urlare e dire troppe parolacce, ma basta l’apparizione di un Alfano o di un Casini che auspicano le necessarie riforme, mentre i loro sottoposti s’ingozzano di ostriche a spese nostre, per trasformare un Casaleggio nel conte di Cavour.

Il Fatto Quotidiano, 16 settembre 2012