In queste ore fervono le polemiche sulla presenza (e sugli interventi) dei colleghi Ingroia e Di Matteo alla festa de Ilfattoquotidiano, peraltro in una sessione cui ha partecipato anche il procuratore Giancarlo Caselli.

Il presidente dell’ANM, Rodolfo Maria Sabelli, ha preso una posizione duramente critica circa il loro comportamento, affermando che “Chi fa indagini delicate non deve offuscare l’immagine di imparzialità” ed aggiungendo che sul dissenso nei confronti del Capo dello Stato “lui e Di Matteo avrebbero dovuto dissociarsi e allontanarsi“. Non so se questa posizione sia una espressione personale o, comunque, se sia solo di una parte dell’ANM. 

È lecito però presumere che non sia quella della totalità della magistratura. Di certo, non è la mia, che, ci tengo a ricordarlo, sono il Presidente di una (piccolissima rispetto all’ANM) associazione intermagistratuale – l’AMI (associazione magistrati italiani) – che ha tra i propri fini statutari il recupero dell’etica nelle magistrature.  Ritengo invero che le critiche rivolte ai colleghi Ingroia e Di Matteo siano ingenerose sotto due distinti profili: quello relativo e quello assoluto.

Innanzitutto da un punto di vista relativo, ove si volesse ammettere che i colleghi abbiano sbagliato a “non dissociarsi” e a “non  allontanarsi” nel momento di dissenso espresso (da altri) nei confronti del Capo dello Stato, per un evidente sillogismo si dovrebbe riconoscere anche che hanno sbagliato – e nella stessa misura – coloro (e tra questi diversi magistrati) che, invece, hanno espresso solidarietà nei confronti del Capo dello Stato. Anche questi ultimi hanno infatti senza dubbio espresso una opinione (eguale e contraria) rispetto al “mancato dissenso” che si rimprovera a Ingroia e Di Matteo.  

Diversamente ragionando, a mio avviso, si finirebbe per riconoscere una libertà di espressione solo se “a favore” ed un divieto di manifestare il proprio pensiero quando sia “contro”. Ciò si tradurrebbe, quindi, non in un invito a “non offuscare l’immagine di imparzialità”, ma in un (certamente non desiderabile) involontario condizionamento della opinione dei magistrati in un ben determinato senso, autorizzando cioè la “parzialità” solo in una direzione. Sul punto mi è quindi difficile comprendere perché le stesse critiche di queste ore non sono mai venute nei confronti dei magistrati che, esprimendo solidarietà al capo dello Stato, hanno egualmente palesato la propria parzialità sulla vicenda, ma esprimendo una opinione di segno opposto.

In termini assoluti, invece, mi è da sempre difficile comprendere perché un magistrato non possa esprimere la propria idea su una legge o sull’attività di Governo, al pari di ogni altro cittadino e sull’esempio, almeno secondo me, di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Ma quest’ultimo aspetto meriterebbe ben altro spazio che le poche righe di un blog e, quindi, mi fermo qui.