La bassa affluenza ai seggi ha permesso al presidente rumeno Traian Basescu di uscire indenne per la seconda volta in cinque anni dal referendum popolare che ne avrebbe dovuto sancire la destituzione. Il quorum del cinquanta per cento più uno degli aventi diritto non è stato raggiunto. Appena il 46 per cento dei 18 milioni di elettori rumeni ha votato. Ma di questi, come già preannunciato dai sondaggi, la stragrande maggioranza, oltre l’87 per cento, sì è espressa contro il capo di Stato, messo sotto impeachment dal governo con l’accusa di aver usurpato le prerogative dell’esecutivo. Il conservatore Basescu ha vinto la battaglia che lo oppone al primo ministro socialdemocratico Victor Ponta nella coabitazione politica cui i due sono costretti da quattro mesi. Ha dunque funzionato la campagna per l’astensione su cui Basescu ha puntato dopo un iniziale tentativo di chiedere ai rumeni di votare no.

A differenza del 2007, quando l’ex capitano di marina ai tempi di Ceausescu si salvò da una precedente consultazione, oggi la sua popolarità è in calo. Come molti leader europei, Basescu sconta il malcontento popolare per i sacrifici e l’austerità imposti ai cittadini in accordo con le misure richieste dal Fondo monetario internazionale. Pesano il taglio del 25 per cento degli stipendi dei dipendenti pubblici, l’Iva al 24 per cento con il conseguente aumento dei prezzi, i tagli nei servizi pubblici. A niente sono serviti i tentativi di Ponta che oggi esorta a non lasciare inascoltata la volontà di milioni di rumeni. Il premier le aveva tentata tutte. Prima abolendo per decreto il quorum, per fare marcia indietro su pressione dell’Unione europea. Poi prolungando di un’ora l’apertura dei seggi che si sono chiusi alle undici di sera. Alla bassa affluenza ha contribuito l’ondata di caldo che ha investito la Romania.

Ma, come ha spiegato Alexandru Cistelecan, studioso di filosofia politica e docente a contratto dell’Università Occidentale di Timisoara contattato alla vigilia del voto dal fattoquotidiano.it: “I rumeni sono andati al voto con sentimenti contrastanti”. Da una parte spinti dalla frustrazione contro le riforme decise da Basescu e desiderosi di dargli il benservito. Dall’altra sembrano però aver preso coscienza che il cambio di guardia al vertice non avrebbe portato i cambiamenti promessi. “Siamo davanti a una commistione di rabbia e senso di impotenza, frustrazione e disillusione. Sentimenti comuni non soltanto tra i rumeni ma diffusi in tutta Europa”. Scampata la tempesta, Basescu ha assicurato che lavorerà per la riconciliazione nazionale una volta tornato in sella. Lo scorso 6 luglio il Parlamento aveva votato la sua sospensione dall’incarico in attesa del referendum, dando la poltrona ad interim al presidente del Senato, Crin Antonescu, alleato di Ponta. Era l’ultima mossa in ordine di tempo dello scontro istituzionale tra i due uomini forti del Paese. Nominato premier a maggio a capo di una coalizione tra socialisti e liberali (questi ultimi già alleati di Basescu in passato), Victor Ponta è il terzo premier ad affiancare il presidente dall’inizio dell’anno. Ma a differenza dei suoi predecessori, caduti per il malcontento popolare, Ponta arriva dal campo avverso a quello di Basescu. Nei tre mesi di governo ha provveduto a rimuovere dagli incarichi molti uomini vicini al capo di Stato, da ultimi i presidenti di Camera e Senato proprio alcuni giorni prima del voto sull’impeachment.

Il primo ministro si era inoltre attirato le critiche di Unione europea e Stati Uniti per gli attacchi alla Corte Costituzionale, che aveva giudicato deboli le accuse per chiedere la rimozione del presidente, colpita con decreti d’emergenza per alterare l’equilibrio tra i poteri, poi ritirati proprio su pressione di Bruxelles. Atteggiamenti che tra le cancellerie europee e tra i sostenitori di Basescu aveva fatto gridare al golpe istituzionale. “Nonostante l’acerrima rivalità tra le due élite politiche e il clamore mediatico del loro antagonismo, non ci sono differenze sostanziali né nella loro politica né nella loro strategia economica”, ha spiegato ancora Cistelecan parlando di quella che ha tutte le caratteristiche di una lotta di palazzo in cui il paventato attacco alla “solida democrazia rumena” non è altro che il ripetersi dall’altra parte dello spettro politico dei modi e delle decisioni prese dal passato governo. “I primi progetti di riforma e le misure prese dal nuovo governo -come la nuova legge sulla sanità e la brutale liberalizzazione del prezzo dell’energia- provano che la coalizione di governo continua a seguire le ricette neoliberiste e l’austerità che hanno contraddistinto la politica di Ponta e del suo partito democratico liberale. C’è un cambio di stile. Non più quello arrogante e aggressivo di Basescu che per legittimare le riforme sosteneva fossero la cosa giusta da fare. Ma la contrario si ricorrerà alla formula retorica del non c’è alternativa”.

di Andrea Pira